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Cattolici, Protestanti ed Ebrei.

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Se Dio ci sottopone alla prova della malattia, noi dobbiamo credere di poter guarire.

La malattia a cui UGI si accosta ogni giorno talvolta sembra voler porre degli interrogativi, molto profondi e importanti del “male” che ognuno si porta dietro. E allora se dobbiamo affrontare la malattia sul piano spirituale, la domanda è: la religione ci aiuta davvero a superare i traumi che la vita ci presenta? È un’ancora a cui aggrapparsi o ci lascia soltanto illusioni?
Negli anni di attività di assistenza ai malati i medici e i volontari UGI hanno visto molti bimbi spegnersi, molti genitori disperarsi, molte famiglie sfasciarsi ma allo stesso tempo hanno assistito a tante guarigioni e percorsi difficili e lenti ma alla fine positivi. Come dice Luca Rolandi, giornalista di Vatican Insider La Stampa: “Tutto proviene da Dio perché grazie a Lui il mondo creato continua ad esistere. Egli non vuole il male, la malattia, la morte ma permette che ci siano per rispetto della nostra libertà”.
Ma spiega anche che per la religione cattolica “per molti secoli la malattia è stata interpretata come necessaria espiazione per le offese recate a Dio, e il dolore anziché essere alleviato era la via maestra per santificazione, sofferenza che se non era presente nella vita del credente andava ricercata, dando via libera a quanto di più tenebroso abita nel profondo dell’uomo e chiamato penitenza, sacrificio mortificazione, vocaboli assenti in Gesù”.
Come a dire che l’uomo è libero di crearsi delle inutili sofferenze e degli ostacoli che nessun dio ha mai voluto mettere. Eppure quante volte abbiamo sentito dire “cosa ho fatto di male per meritarmi questo?” a tutt’oggi si pensa che la malattia o un evento negativo siano una punizione per qualche cosa di malfatto.
Ma forse non è così.
Spiega Rolandi: “Gesù non chiede di accettare la malattia come espressione della volontà divina, o di offrire a Dio le proprie sofferenze per salvare l’umanità peccatrice, ma si offre al malato per curarlo e guarirlo”.
Emmanuela Banfo, giornalista laureata in Scienze bibliche e teologiche, protestante Battista, ci ricorda invece “che l’ascolto attraverso la preghiera dà il sostegno necessario per comprendere il dolore dell’altro e condividerlo”. Infatti gli amici di Giobbe “quando lui perse tutto ed era nella disperazione, restarono accanto a lui sette giorni e sette notti senza dire una parola, ma semplicemente piansero insieme”. E questa è una immagine di condivisione significativa che richiama al lavoro dei volontari UGI. Le domande le facciamo a noi stessi soprattutto quando vediamo che è colpita la persona fragile e innocente. Smarrimento e difficoltà sono in agguato, ma c’è sempre la speranza a darci energia. Siamo tutti fragili di fronte all’evento inaspettato e temuto, ma come dice Luca Rolandi: “Gesù non elabora una teologia del male o una spiritualità della sofferenza. Là dove c’è morte lui comunica vita, dove c’è debolezza lui trasmette forza, dove c’è disperazione infonde coraggio, tanto da far esclamare a San Paolo ‘Quando sono debole è allora che sono forte’ ”.
Ma quando al centro del male ci sono i bambini, che cosa dobbiamo pensare? Dice Alberto Moshe Somekh, rabbino a Torino: “La sofferenza dei più giovani è un argomento religiosamente e teologicamente spinoso. Persone innocenti incontrano il dolore e talvolta soccombono senza alcuna giustificazione apparente”. Ma aggiunge anche che “la malattia non va intesa come una punizione. Può e deve essere vissuta come una prova e in quanto tale ha senso proprio nei confronti di un giusto. Chi è sottoposto alla prova deve essere incoraggiato, perché la Divinità non manda una prova da affrontare se non sa che il destinatario è in grado di superarla”.
E’ un buon punto d’appoggio, significa che tutti abbiamo le forze per affrontare e sconfiggere il male. Luca Rolandi aggiunge che “se la vita è sacra, questa va difesa e prolungata a oltranza”. Perché, dice Emmanuela Banfo “credere di poter guarire è condizione indispensabile per guarire davvero. Una vita sana non è tanto quella priva di malattie, ma quella che non si lascia neutralizzare dalle malattie”.
E infatti dobbiamo fare attenzione perché ci sono persone che “dopo essere guarite di fatto sono rimaste malate, vittime della malattia, sopraffatte dal timore, segnate per sempre. La guarigione non può e non deve essere soltanto fisica, medica, ma psicologica, esistenziale. Il dopo ha altrettanto bisogno di sostegno del durante”.

Sta per nascere UGI2 luogo in cui accompagneremo i bambini e i ragazzi guariti dal tumore verso la “banalità” del quotidiano perché se non è stato facile guarire dalla malattia è ancora più difficile guarire dentro e sentirsi liberi. Emmanuela Banfo conclude dicendo che “si può risorgere dalla malattia, dalla sofferenza, si può rinascere”.
Oltre a pensare che un bambino soffre è necessario sapere che quel bambino potrà guarire e tornare alla vita di sempre. E il rabbino conclude: “Noi uomini sulla terra dobbiamo francamente e onestamente ammettere che non siamo in grado di spiegarci tutto fino in fondo, dobbiamo riconoscere i limiti oggettivi dell’umana conoscenza e comprensione, è necessario abituare la nostra lingua a dire: non so."

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