Don Sergio Messina

Don Sergio Messina


Condividere con gli altri ed essere compagni di chi soffre e di chi gioisce.

E’ da poco passato Natale e a Casa UGI Don Sergio Messina ha celebrato la Santa Messa per le famiglie e i volontari.
Don Sergio ha al suo attivo trent’anni come assistente religioso ospedaliero, di cui sedici anni trascorsi all’ospedale infantile Regina Margherita. Sotto i suoi occhi sono passati bimbi malati e guariti, famiglie e tante, tante persone. Per tutti è stato colui che ha offerto speranza, conforto in mezzo al pianto e alla disperazione, colui che ha regalato un abbraccio, un sorriso, una frase affettuosa a chi ne aveva bisogno. Don Sergio è un punto di riferimento, la certezza di una presenza nei momenti più bui dell’esistenza, i momenti del dolore o del lutto e nei momenti più positivi, quelli della gioia. In ospedale ha incontrato tante persone a cui ha sempre teso una mano, è stato loro vicino, le ha ascoltate, seguite, aiutate e mai abbandonate. Chi lo ha conosciuto in passato, ancora oggi ricorda il suo buon cuore, il filo che con lui non si è mai spezzato. La sua determinazione nell’essere accanto a chi soffre ha lasciato una traccia indelebile nell’anima di chi lo ha incontrato.
Don Sergio con grande delicatezza affronta con noi un tema difficile, grazie alla sua profonda esperienza.
Don Sergio, ci offra una prima riflessione che riguardi il suo impegno nella e per la sofferenza, che da sempre lei cerca di lenire.
“Parlare del dolore, della sofferenza oggi, è molto impegnativo. Viviamo in una società che conosce una cultura che non vuole ascoltare il dolore, che ci ripete che non esiste con modelli di comportamento aggressivi, falsi. In questi modelli la sofferenza e la morte sono quasi sempre un pericoloso tabù. Certo è che se io amo non desidero il male per le persone a me care, ma occorre prendere atto che l’esistenza è anche fragilità. Non parlarne non ci porta a risultati migliori quando il problema ci tocca. Occorre guardare l’esistenza in ogni suo aspetto, anche quando ci fa paura. Dobbiamo trovare degli strumenti per elaborare ogni aspetto della vita, non esigere cose che la vita non può essere, perché la materialità finisce, ed io come cattolico affermo, lo spirito è l’essenza”.
Lei ha parlato di fragilità.
“Potrà sembrare brutale ciò che sto per dire, e riconosco che si tratta di un concetto di difficile assimilazione, ma noi uomini siamo fragili, abbiamo dei limiti, una condizionalità e una terminalità. Di questo bisogna sempre prendere atto nella nostra vita, dobbiamo farlo e cercare degli strumenti per accettare serenamente ciò. Frequentemente una certa interpretazione della religione ci dà un messaggio sbagliato, perché è sbagliato dire che Dio ci toglie la croce, non è vero. Gesù ci ha detto di prenderla. Occorre prepararsi”.
E cioè?
“Prima di tutto non credere ai messaggi che ci dicono che sarà tutto rosa, perché per tutti il destino non sarà sempre semplice. In secondo luogo occorre parlarne con molta serenità in tempi non sospetti quando il tempo ancora non è sofferenza, malattia, fragilità. Si deve lavorare tutti insieme, i latini usavano il verbo educere, da cui la parola italiana educare, Noi non dobbiamo essere inchiodati alla pura materialità, questa ha un termine, dobbiamo vivere anche la nostra spiritualità”.
Nella quotidianità cosa ci suggerisce?
“Io suggerisco spesso di avvicinarsi al silenzio, è fondamentale per pensare, per interiorizzare la nostra realtà e darci risposte non di rabbia, di tensione ma di accettazione, per prepararsi all’imprevedibile. Il meditare è altra importante cosa. Meditare significa stare nel mezzo, dare il giusto valore, non totalizzare. Imparare a chiamare le cose con il loro nome, anche quelle tristi che ci sono. Non condanniamo e non giudichiamo, perché ad ognuno di noi potrebbe capitare ciò che stiamo condannando. Dobbiamo essere attenti alla realtà che ci circonda, meno esclusivisti. Alla fine che cosa ne sappiamo degli altri per sentenziare. Infine il condividere, l’accompagnare, essere compagni degli altri, di chi soffre e di chi gioisce. Compagno è parola dal latino che significa con i pani, ossia condividere con gli altri”.
Quali strumenti possiamo usare?
“Noi dobbiamo agire qui, su questa terra, e dobbiamo diminuire sempre la sofferenza; Cristo nel Vangelo ce lo insegna, ha sempre fatto del bene e il suo sguardo si è sempre posato sulla sofferenza. Dobbiamo edificare nell’ordine del bene, fare rifiorire la terra, perché so da dove vengo e dove vado, ma vivo qui. È l’idea forte dell’aiuto che tutti devono applicare senza essere solo centrati su se stessi; con la cattiveria non ci saranno strumenti. Qui nel quotidiano bisogna realizzare il paradiso per quello che possiamo. Occorre lavorare per noi e per gli altri, seguire chi soffre, non farlo sentire solo. Questo è il cammino, con affetto, considerazione, reciprocità. Risorgere su questa terra, ove siamo materia ma non solo. Lo spirito è la nostra essenza, impariamo a dargli un posto. Un messaggio positivo di altruità”.
Lei una volta all’anno tiene un incontro eucaristico con le famiglie UGI che ha incontrato in ospedale e che hanno subìto un lutto.
“Sì, quest’anno ad ottobre ho tenuto questo incontro a Caselle Torinese con le famiglie legate ad UGI, ma contemporaneamente aperto a tutti coloro che lo desiderano. Io vivo in uno stabile in cui ci sono spazi per incontri ed attività. Siamo un bel gruppo che esercita l’accoglienza e l’aiuto per le persone a cui servono. Mi aiutano tanti volontari e la giornata di ottobre è stata una possibilità di riflessione serena, di accoglienza e amicizia. Abbiamo riflettuto insieme sul tema della sofferenza e della vita, c’è stata la messa, una viva e partecipata merenda sinoira.

Ma non sono io a doverne parlare, lo hanno fatto le famiglie con la loro sentita presenza”.

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