Donne e lavoro

Donne e lavoro

QUANDO LA MALATTIA INCIDE FORTEMENTE SULL’ECONOMIA DELLA FAMIGLIA.

La malattia oncologica di un figlio in età infantile o adolescenziale ha un effetto destabilizzante su tutta la famiglia, qualunque sia la sua situazione socio-economica. Nell’esperienza dell’UGI la condizione lavorativa delle madri dei pazienti in terapia oncologica ha sempre avuto problemi di precarietà con possibile perdita del lavoro. Ciò avveniva molto frequentemente negli anni passati, con notevole sofferenza delle donne che vedevano allontanarsi la propria posizione lavorativa o comunque perdevano terreno rispetto ai colleghi. La precarizzazione del lavoro, soprattutto di quello femminile, ci obbliga a prevedere degli interventi idonei ad agire in un contesto che sta mutando. Osservando le statistiche del 2017 abbiamo notato che nei primi 5 mesi dell’anno i contratti a tempo indeterminato sono stati solo 1 su 4, scendendo di quasi il 37% rispetto allo stesso periodo del 2016. Raffrontando le statistiche (dati INPS) gennaio/maggio 2017 e gennaio/maggio 2018, ci è risultato chiaro il maggiore incremento dei contratti a termine rispetto a quelli a tempo indeterminato. I dati dei primi mesi del 2019 palesano che sono in aumento i contratti a tempo indeterminato, soprattutto dopo l’entrata in vigore del decreto dignità. Da gennaio a giugno 2019 si è registrato infatti un aumento del 150% rispetto al 2018 dei rapporti di lavoro stabili. E questo fa ben sperare. Contributi pensionistici inadeguati e frammentari portano inoltre ad una situazione di precarietà in vecchiaia per tutti i lavoratori a tempo determinato, con collaborazioni temporanee o a tempo parziale, situazione che per le donne potrebbe anche essere aggravata dalla riduzione o scomparsa degli assegni di reversibilità.
L’impegno di assistenza ai figli in terapia ricade in maniera maggiore sulla madre nella sua funzione di accudimento e sostegno della famiglia, ed in particolare per:
• la sua funzione di care giver;
• la sua minore capacità di guadagno, per cui generalmente è proprio lei ad assentarsi dal lavoro;
• la sua maggiore capacità di adattarsi a mutate condizioni di vita (lunghi periodi di ospedalizzazione, mutate condizioni della quotidianità). Conseguenze a breve termine:
• perdita o prolungata assenza dal lavoro;
• perdita totale o parziale dell’autonomia economica; • isolamento sociale per l’allontanamento forzato dalle relazioni sul posto di lavoro e di vicinato;
• prolungato stress (che può durare anni e può influire sulla sua salute psicofisica).
Le mamme di origine non italiana (e residenti sul territorio nazionale) possono incontrare difficoltà aggiuntive a causa della lontananza dalla famiglia di origine, da una ridotta capacità economica, da una scarsa conoscenza della lingua e dall’eventuale assenza del coniuge. Le mamme non italiane temporaneamente nel nostro paese per le terapie oncologiche dei figli, soprattutto se appartenenti a gruppi linguistici poco diffusi, sono completamente isolate avendo grossissime difficoltà di comunicazione anche con il personale medico curante.
I figli a seguito della malattia, del lungo periodo di terapie e delle eventuali consegue delle stesse, incontrano gravi difficoltà nell’affrontare il prosieguo degli studi e/o l’avvio al lavoro per:
• frequenza scolastica frammentaria, nonostante la scuola in ospedale;
• allontanamento dal gruppo dei pari;
• eventuali conseguenze fisiche della malattia e delle terapie;
• conseguenze psicologiche, se non correttamente accompagnati;
• sentimenti di gelosia e/o di colpa da parte dei fratelli. Queste difficoltà, per alcuni gruppi di ragazzi stranieri, sono ampliate dalla impossibilità di comunicare a causa della lingua (Kirghisi, Uzbeki, …).
Conseguenze a breve termine:
• possibile perdita di anni scolastici (soprattutto nella scuola media superiore);
• isolamento;
• abbandono delle pratiche sportive;
• sentimenti di inadeguatezza o di invincibilità;
• difficoltà di relazione all’interno della famiglia. I dati sul lavoro delle donne: ineguaglianze retributive e non solo.
L’Osservatorio Statistico dei Consulenti del Lavoro ha recentemente pubblicato un dossier sull’occupazione femminile dal titolo “Donne al lavoro: o inattive o part-time”.
Il titolo è già indicativo dei contenuti dell’indagine: ancora oggi in Italia esiste una consistente disparità tra l’occupazione maschile e quella femminile. Il dato principale a supporto di quest’affermazione è che la diminuzione dell’intensità di lavoro che ha caratterizzato nell’ultimo periodo il mercato del lavoro italiano ha interessato in primo luogo le donne con figli.
Nel 2017 lavora part-time il 40,9% delle mamme con figli in età compresa tra 25 e 49 anni, mentre la percentuale scende al 26,3% se prendiamo in considerazione tutte le donne, e addirittura non supera il 10% se guardiamo agli uomini. Da una simile realtà emerge che molte donne avrebbero potuto cambiare la propria posizione se fossero stati adeguati i servizi per l’infanzia e per la gestione delle persone non autosufficienti, attualmente molto costosi e inappropriati. La causa principale di questa situazione risiede quindi principalmente nella carenza di welfare per l’infanzia: le donne madri hanno contratti più sconvenienti, contratti che coprono in misura minore le spese per i contributi e che assicurano dunque meno garanzie per il presente e il futuro. E non potendo chiedere aiuto allo Stato per la cura de propri figli, le donne sono costrette a fare da sé. I dati ci dicono anche che il 35,7% delle lavoratrici percepisce uno stipendio inferiore a € 780. Qual è la condizione lavorativa delle donne in Italia? In Italia riscontriamo uno dei tassi di occupazione femminile peggiori d’Europa. 1 donna su 4 occupa una posizione lavorativa al di sotto delle proprie potenzialità. I dati evidenziano come l’Italia sia ancora indietro in tema di accesso al mercato del lavoro, retribuzione ed avanzamento di carriera.
Nel 2017:
• 1 donna su 2 non aveva un lavoro;
• solo il 48,9% delle donne tra i 15 e i 64 anni aveva un’occupazione;
• più del 10% delle donne occupate era a rischio di povertà, donne lavoratrici facenti parte un nucleo familiare con un reddito disponibile al di sotto della soglia del rischio povertà;
• l’Italia continua ad essere tra i peggiori attori per quanto concerne il tasso di partecipazione economica delle donne, indicatore monitorato nel Global Gender Gap Index realizzato dal World Economic Forum, posizionandosi al 118° posto su 142 Paesi. Sempre nel 2017, inoltre, l’incidenza delle donne occupate in part time involontario è stata del 69.5%, condizione condivisa a livello europeo, dove 4 lavoratori su 5 impiegati part-time sono donne. In Italia 3 donne su 4 sono “vittime” di part-time involontario. Una condizione nella maggior parte dei casi dovuta all’impossibilità di conciliare i tempi della maternità e della vita familiare con il lavoro. I dati appaiono impietosi: i lavori domestici sono ancora prerogativa delle donne (81%) rispetto agli uomini (20%), il 97% delle donne contro il 72% degli uomini si prende cura dei figli.
“Quasi sempre, ai colloqui di lavoro, la seconda-terza domanda era ‘vorrai avere figli?’ per cui sei discriminata in partenza, per il solo fatto che sei in età fertile”. Rosario de Luca, presidente della Fondazione Studi Consulenti del lavoro, ha dichiarato: “Rafforzare i servizi di assistenza per la cura dei figli o delle persone non autosufficienti è quanto mai essenziale. Potenziare tali prestazioni consentirebbe a tantissime donne di conciliare i tempi di lavoro con la cura delle famiglie e di partecipare a pieno nel mondo del lavoro, in tutti i settori produttivi”.

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