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IL GIOCO È PER I BAMBINI UNO DEGLI INTERVENTI TERAPEUTICI PIÙ IMPORTANTI NEL PERCORSO DI CURA


Qualche settimana fa, ad un dibattito, incontro una signora che mi spiega quanto fossero disperati in famiglia per una bambina a cui era stata riscontrata una malattia complicata da curare. Lei è una nonna e quindi sente emotivamente forte la malattia di sua nipote. E mi dice riferendosi all’UGI: “Chissà che pena vedere tutti quei bambini affetti da quel brutto male”. Usa il termine “brutto male” come moltissime altre persone, timorose nel pronunciare la parola cancro.
Capita, se si fa riferimento ad un adulto e molto di più se si tratta di un bambino o un adolescente. Il senso di smarrimento genera nelle persone un pudore quasi genuino e giustificato di fronte alla malattia, fino ad arrivare al punto di non nominarla. E senza tenere conto degli enormi progressi che la scienza e la ricerca hanno fatto in questi anni.
Così, quando, nella riunione di redazione, abbiamo impostato il numero di questo giornale è venuto fuori che il tema centrale poteva essere l’utilità del gioco come terapia nella malattia. Devo ammettere che non ero così convinto. Noi ci occupiamo spesso di scienza, di risultati legati alla ricerca, riportiamo la voce e l’opinione di medici che tutti i giorni lavorano nei reparti dell’Ospedale Infantile Regina Margherita. Il gioco mi sembrava distante dalla realtà e dalle esigenze dei piccoli pazienti e delle loro famiglie.
Poi ho letto quello che i collaboratori del giornale hanno portato a casa dalla loro inchiesta e dall’intervista (che trovate all’interno di questo numero) e ho capito che la terapia-gioco riveste un ruolo davvero fondamentale nelle cure che possono essere lunghe e destabilizzanti, anche psicologicamente.
L’infanzia è un periodo della vita in cui l’occupazione principale dei bambini è il gioco. Attività fondamentale per sviluppare la loro salute fisica e mentale. Il gioco fornisce nuove sensazioni, crea e ricrea situazioni di vita giornaliere e fa in modo che i bambini scoprano il mondo. Come spiegano gli psicologi: mantiene un contatto con la realtà e la trasforma ed adatta ai desideri dei bambini. Ecco perché quando la malattia interrompe questa interazione gioco-bambino è necessario ricrearla il più vicino possibile alla realtà. L’ospedalizzazione rappresenta una rottura da quella che è la loro vita giornaliera.
Bambini o adolescenti si ritrovano in luoghi ristretti, dove le abitudini e l’ambiente stesso sono un ostacolo a ritrovare le proprie abitudini, anche quelle del gioco. Secondo la Child-Centered Play Therapy il gioco “è per i bambini uno degli interventi terapeutici più appropriati dal punto di vista evolutivo essendo il gioco, per il bambino, un mezzo naturale di auto-espressione”. Il Regina Margherita applica da tempo la terapia del gioco.
Gli stessi piccoli malati a Casa UGI, hanno spazi e giochi per muoversi in libertà e modellare questi luoghi estranei alle loro esigenze naturali. Il gioco, soprattutto nella malattia, è una di queste.

Giorgio Levi
Direttore de "il Giornale dell'UGI"

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