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Il gioco in ospedale

Il gioco in ospedale


E’ giocando che i bambini ci raccontano la malattia.
L’esperienza del Regina Margherita.


Quando un bambino gioca non bisogna disturbare. Quando un bambino gioca è bello ascoltare il racconto del suo mondo. Quando un bambino gioca l’adulto deve tacere e imparare. Sigmund Freud diceva: “Il contrario del gioco non è ciò che è serio, bensì ciò che è reale”.
È straordinario come diventando grandi si dimentica la meraviglia di quel mondo che solo la fantasia e l’immaginazione di un bambino riescono a costruire ed è importante, invece, riuscire a recuperare quelle dimensioni così fondamentali per la crescita di ogni bambino. A seconda dell’età, il bambino nel giocare impara ad essere creativo, sperimenta le sue capacità conoscitive, scopre sé stesso, entra in relazione con i suoi coetanei e sviluppa quindi l’intera personalità. Eppure nell’accezione comune il temine “gioco” si discosta completamente da una qualsiasi connotazione di “serietà”, come se per gli adulti il gioco fosse soltanto un passatempo, un modo per tenere occupati i bambini che così, presi dal loro mondo, non “disturbano” gli adulti. Sembra quasi che si voglia ignorare che attraverso il gioco il bambino incominci a comprendere come funzionano le cose: che cosa si può o non si può fare con determinati oggetti, si rende conto dell’esistenza di leggi del caso e della probabilità e di regole di comportamento che vanno rispettate. L’esperienza del gioco gli insegna ad essere perseverante e ad avere fiducia nelle proprie capacità.
Uno studio recentemente fatto presso l’ospedale infantile Regina Margherita dice che: “È noto che il gioco sia indispensabile per la salute mentale e lo sviluppo emotivo dei bambini. Il gioco è immaginazione e nello stesso tempo realtà: con esso il bambino esprime i suoi sentimenti, le sue fantasie e le sue paure. Il gioco offre al bambino malato quel tipo di incoraggiamento e stimolazione necessari per alleviare le tensioni e le ansie legate alla malattia. Il gioco diventa così, per il bambino ricoverato, il raccordo fra il periodo che si trascorre in ospedale e la vita che continua fuori, secondo i ritmi consueti, crea momenti di aggregazione ed è facilitatore di comunicazione e di informazione.” Infatti il gioco serve a ridurre l’ansia e la paura della sua malattia. Giocando esorcizza la sua esperienza in ospedale e si lascia trasportare dall’immaginazione verso il suo mondo. Non scordiamo che in ospedale sono tanti e lunghi i tempi di attesa che possono essere colmati dal gioco. E quello è il momento in cui i genitori possono stare con il proprio figlio annullando per un momento l’ansia della visita, dell’esame, del ricovero o dell’attesa stessa.
Lo storico e linguista olandese Johan Huizinga ha detto: “Il gioco è un’azione, o un’occupazione volontaria, compiuta entro certi limiti definiti di tempo e di spazio, secondo una regola volontariamente assunta, e che tuttavia impegna in maniera assoluta, che ha fine in se stessa; accompagnata da un senso di tensione e di gioia, e dalla coscienza di «essere diversi» dalla «Vita ordinaria»”.
Durante il ricovero diventa essenziale incoraggiare il bambino a mantenere vivo il suo rapporto con la propria immaginazione e a canalizzare nelle storie e nei disegni le sue fantasie, paure e bisogni. Molti disegni di bambini in ospedale ci parlano chiaramente di come vedono loro il reparto di cura, i medici e gli infermieri. Talvolta disegnano i volontari con il viso buono magari solo perché hanno saputo stabilire con loro un rapporto diverso, non professionale, non istituzionale. Sapersi muovere oltre le parole e il linguaggio verbale, aiutando i bambini a recuperare il contatto con le proprie capacità di giocare e di esprimersi è indubbiamente un dono molto apprezzabile perché facilita la comunicazione e stimola la fantasia. Si tratta di una capacità rara quella di lasciarsi coinvolgere nel gioco inventato dai bambini senza intervenire in modo diretto. Giocare “insieme”, leggere ad alta voce sono azioni tanto facili quanto rischiose, è necessario che l’adulto che si mette in relazione con i bambini sappia in modo chiaro che ciò che sta facendo non è solo gioco ma un atto che sostiene e rende unico il rapporto con quel bambino.
È un accompagnamento che li rende complici e di reciproco sostegno amplificando il piacere dello stare insieme. Giocare non è soltanto sapere le regole, ma saper cogliere le emozioni che emergono e lasciarle trasparire. Ai volontari è richiesta quindi molta serietà e determinazione nel seguire i corsi di formazione affinché comprendano fino in fondo il ruolo determinante e prezioso che vanno a svolgere ogni volta che entrano nella stanza di un piccolo paziente.
I volontari devono cercare di rendere al bambino o al ragazzo la normalità della quotidianità con tutto ciò che comporta di bello e di meno bello. Non è quindi necessario che siano sempre loro a vincere o ad arrivare primi perché ciò non fa parte della norma. Il bambino malato non è un “poverino” da trattare come se fosse incapace di capire. Il bambino malato gioca e accetta le frustrazioni della vita di tutti i giorni esattamente come tutti gli altri.

(Marcella Mondini)

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