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IL GIOCO PER CONDIVIDERE I SOGNI DI BAMBINO

IL GIOCO PER CONDIVIDERE I SOGNI DI BAMBINO


Un bimbo ospedalizzato tocca il cuore e un primo istintivo pensiero è quello di farlo sorridere in qualche modo e di rendergli meno pesante il periodo della malattia. E come fare sorridere questo bimbo se non con il gioco? Non c’è programma televisivo o qualsivoglia altro mezzo che sopperisca al gioco, così unico e fondamentale per la serenità e la gioia del bambino.
L’UGI, da sempre attenta alle necessità dei suoi piccoli ospiti, e non c’è retorica in questa affermazione, ha tra i suoi collaboratori la psiconcologa Elvia Roccia, che si fa portavoce oggi dell’organizzazione dell’importante lavoro svolto direttamente in reparto, con i bimbi/ragazzi che vivono una malattia oncologica. Elvia Roccia non è sola in questo lavoro, ma è coadiuvata e supportata dall’encomiabile impegno di tutti coloro che, come lei stessa dice: “Si dedicano con un’offerta di interesse e di partecipazione umana estremamente preziosa attraverso il gioco perché esso ha una forte valenza di normalità, laddove la vita normale è stata bruscamente interrotta dalla malattia.” I primi a comprendere quanto fosse importante nel tempo il gioco in ospedale, sono stati proprio i genitori e grazie alle loro richieste, il reparto tutto ha sviluppato il progetto del gioco con cui intrattenere i bambini/ragazzi. I volontari sono le persone dedicate con cui il gioco in ospedale si attua e per questo seguono dei corsi specifici per imparare tecniche e modalità di gioco che possano essere effettuati in day-hospital, in ambulatorio e in reparto.

Dottoressa, come responsabile della formazione sul gioco in ospedale, illustri, per favore, le modalità con cui i volontari, che giocano con i pazienti del reparto oncologico, vengono formati?
Nulla viene lasciato al caso e le offerte sono studiate tenendo conto in primis dell’età. Vengono tenuti corsi specifici attraverso i quali si insegnano parecchi trucchi e possibilità. Ad esempio si sa che ai bimbi più piccini piacciono molto i palloncini ed ecco quindi che i nostri volontari per loro, imparano a modellare nelle fogge più svariate, i palloncini. Si insegnano contemporaneamente tecniche teatrali, di improvvisazione, clownerie, sicuramente adatte per i più grandicelli. Inoltre una docente professionista insegna tutta una serie di attività manuali, come l’origami, e insieme l’uso di materiali che si possano manipolare nei reparti di degenza. Ancora, per i più piccoli si propone il laboratorio del Circo in ospedale, i pagliacci e i laboratori di ceramica della Thun. Per i più grandi attività di robotica, di coding per dialogare con il computer, di arti marziali.

È spontanea a questo punto la domanda: in quale modo il gioco in ospedale è organizzato. Ci sono orari, giornate o altre modalità da tener presente?
Il gioco è e deve essere gestito in parallelo alle cure e compatibilmente con queste. Questa è la prima indicazione a cui attenersi. Il gioco è proposto durante tutta la settimana ai piccoli e meno piccoli amici che hanno una fascia d’età molto variabile, 0 - 18 anni. Tutto ciò che è proposto tiene sempre conto degli interessi, delle preferenze dei pazienti. Vorrei sottolineare che ogni attività svolta non è mai invasiva, ma rispetta il clima emotivo in cui bimbo o ragazzo si trova in quel momento e se il paziente non vuole partecipare lo si lascia tranquillo. Il gioco deve essere un piacere, non una necessità assoluta. I volontari sono a disposizione e dimostrano una sensibilità importante nel sintonizzarsi attivamente, tenendo sempre presenti le necessità del momento del piccolo malato. Vorrei sottolineare il fatto che partecipare al gioco da parte degli adulti rappresenta un arduo impegno che ha in gran parte origine dalla grande difficoltà di trovare un comune piano relazionale in cui adulti e bambini possano interagire in reciproca accettazione.

Quali le finalità del gioco in ospedale?
Il gioco in ospedale è di una importanza enorme. Si sa quanto siano lunghe le giornate e come spesso il rapporto con la malattia possa essere angosciante. Il gioco diventa prima di tutto una possibilità per non far sentire solo chi soffre, il modo più semplice e genuino di dire, ti sono vicino. Il gioco diventa distrazione, non pensi alle cure, al dolore, anche solo per poco, ma in questo poco è assai importante vivere dei segnali positivi e di reciprocità. Il gioco diventa normalità, non è abbandono ma condivisione. Il gioco diventa distrazione dalla routine ospedaliera e dove e quando possibile ha valenza di crescita.
Quindi, buon gioco.  

(Giovanna Francese)

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