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LA BELLEZZA SALVERÀ IL MONDO

LA BELLEZZA SALVERÀ IL MONDO

 
Il titolo di Dostoevskij è sufficientemente evocativo per attirare la vostra attenzione: l’argomento odierno è degno dell’attenzione da parte di tutto il pubblico possibile.
Tutti i lettori del nostro giornale sono ben consci di come le progettualità della nostra Associazione siano tutte dedicate al benessere dei bambini, ma raramente si parla della salute dei caregiver.
Il periodo di malattia porta tutta una serie di sofferenze anche ai genitori e ogni momento che riescono a ritagliarsi è una boccata d’aria. A tal proposito l’Associazione ha deciso di creare una serie di percorsi che sappiamo essere di grande conforto per i nostri ospiti, caregiver compresi.
Oggi l’occasione è ghiotta, in quanto siamo riusciti a farci spiegare nel dettaglio l’attività di arteterapia, condotta dalla professionista Bianca Pavarin.
Alla domanda su che cosa sia l’arteterapia Bianca ci ha spiegato che è una tecnica terapeutica e in quanto tale può derivare da diverse metodologie possibili. Quella da lei adottata è stata elaborata verso la metà del ‘900, su impulso della grande artista Friedl Dicker-Brandeis in collaborazione con la sua allieva Edith Kramer.
Friedl era una pittrice e si occupò di una serie di laboratori artistici all’interno del ghetto di Praga, durante l’occupazione nazista. In quell’occasione ebbe modo di osservare come i bambini utilizzassero l’arte per fare fronte ai propri traumi.
La Dicker-Brandeis, in quell’epoca infausta, venne deportata in vari campi di sterminio, tra cui Terezin, all’interno del quale riuscirà a portare avanti il suo lavoro con i bambini del dormitorio infantile e per fortuna conserverà un sacco di materiale sia dei suoi scritti sia nelle opere di questi bambini.
Inutile dire che in quel periodo i traumi furono drammatici e la felice intuizione dell’artista sopravvisse alla sua morte, avvenuta nel 1944 all’interno del campo di sterminio di Birkenau. Queste intuizioni sopravvissero grazie all’allieva Edith che riuscì ad esportarle negli USA.
Trasferendosi a New York quest’ultima riuscirà a mantenere il suo lavoro di insegnante d’arte nei quartieri più disagiati della città, ma anche nei reparti di neuropsichiatria infantile. Forte della sua esperienza decide di sviluppare una metodologia che pone l’arte al centro della terapia; qui non ci si concentra sull’interpretazione dei lavori o sull’indagine dell’inconscio, ma il processo creativo viene interpretato come un processo simbolico che, attraverso i materiali artistici, è in grado di mettere in risalto quelle che sono le risorse delle persone. Se qualcuno pensa che questo tipo di attività sia relativo solo all’infanzia non può sbagliarsi di più: infatti questo approccio può adattarsi all’utenza più vasta possibile.
Le risorse interiori che si vengono a scoprire grazie a questo percorso possono essere simbolicamente ricollegate alla realtà della persona che, forte di questa consapevolezza, può ricondurre le proprie situazioni traumatiche in situazioni di normalità.
L’idea che l’arte permetta di giungere a consapevolezze interiori in grado di strutturare efficacemente la personalità è una dichiarazione di intenti molto forte, in grado di sottolineare come dalla più intima natura umana possa scaturire una forza straordinaria.
Ma dov’è che Bianca è riuscita a formarsi in questo particolare ambito d’azione? Beh, esistono una serie di realtà che si occupano di formazione in arteterapia e, data la natura artistico-creativa della professionista, è stato importante riuscire a combinare efficacemente i percorsi creativi che l’hanno contraddistinta.
Grazie alla Lyceum Academy di Milano e il suo percorso triennale è riuscita ad effettuare tirocini in tre ambiti: l’infanzia, l’adolescenza e la psicopatologia adulta, riuscendo in questo modo ad approdare alla professione.
In UGI il laboratorio prevede una condivisione di materiali artistici, gestiti dai partecipanti in un clima di lavoro idoneo. Su quest’ultimo punto abbiamo molto da dire: determinato un momento ed un luogo d’incontro, ognuno dei partecipanti è libero di assemblare il materiale artistico nella maniera che sente maggiormente adatta a quel momento. In prossimità della fine dell’incontro si ha un momento di condivisione, dove per una decina di minuti è possibile condividere la propria produzione.
La condivisione con altre persone è uno dei pilastri di tutta l’esperienza: con la pandemia diventa sempre più difficile trovare un momento effettivo di condivisione.
Quest’ultima si riflette sulle creazioni artistiche dei partecipanti al laboratorio che incorporano al loro interno anche frammenti di vita quotidiana dei partecipanti.
In merito al laboratorio di arteterapia in Ugi è emerso l’utilizzo di ago e filo per la creazione di elaborati. Nessuno ha coscientemente deciso di seguire questa linea: è emersa naturalmente e l’arteterapeuta ha il compito di cogliere l’input e permettere a tutti di esprimersi al meglio. Dunque il laboratorio segue un filo conduttore che ogni partecipante declina secondo la propria identità e personalità nella maniera più efficace possibile.
Nella speranza che questo percorso possa creare uno spazio sempre più ampio per mettere in gioco i propri vissuti, siamo felicissimi di avere questa grande professionista attiva all’interno della nostra associazione!

Pierpaolo Bonante

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