Laura Vergnano

Laura Vergnano

Il percorso di una donna che ha combattuto e sconfitto la malattia

C’è un filo sottile ma tenace e forte che unisce le persone che tra loro s’incontrano, le loro vite tra problemi, soluzioni, attese e aspettative più o meno raggiunte. È un filo invisibile che tiene insieme tutto il vissuto, e forma nel tempo un tessuto caldo di ricordi, attraverso i quali nel nostro oggi si può dire quanto siano stati importanti i momenti passati in un certo modo e quanto si debba a queste trame di tessuto.
Per questo sulle pagine de “Il Giornale dell’UGI” ha deciso di parlare di sé Laura Vergnano, una donna di 31 anni che nella sua esperienza di vita ha incontrato una malattia oncologica e l’ha vinta con successo, senza dimenticarsi oggi di coloro che in mille modi l’hanno aiutata ad essere chi lei è adesso. Il suo raccontarsi è un modo per dire la parola più usata del mondo, ma così ricca di significato nel suo caso. Grazie, dice Laura, a tutti coloro che ha incontrato nel suo non facile percorso della malattia, in prima istanza alla famiglia che l’ha supportata sempre, ai medici, agli amici e all’UGI, con i volontari attivi e propositivi nel suo passato di adolescente malata. La sua è una testimonianza di grande positività. Per cui non ci attarderemo sul vissuto della malattia, per fortuna un lontano passato, non racconteremo le cure, i cicli di chemioterapia e quant’altro è stato. Laura oggi è una persona serena, e questo basta.

Un buongiorno a te, Laura.
Buongiorno a te e a tutti coloro che mi leggeranno. Mi chiamo Laura, abito a Chieri con la mia famiglia, i miei genitori e mio fratello di 27 anni. Io sono la sorella maggiore ed ho oggi 31 anni.

Tu parli su questo giornale per un bel messaggio di speranza che vuoi passare agli altri, a chi come te ha vissuto o sta vivendo con una malattia oncologica. Vediamo insieme la genesi e l’evoluzione del tuo percorso.
Venti anni fa, quando ero ancora una bambina di undici anni, precisamente nell’autunno del 1996, mi sono ammalata di una malattia oncologica, un germinoma cerebrale.

Come ti sei accorta che qualcosa non andava?
Ricordo molto bene quel giorno in cui in casa, mia mamma, mentre stavo facendo il bagno, si accorse che non muovevo normalmente la mia mano sinistra. Io non avevo neanche colto pienamente questa mia impossibilità, ma mamma sì, e manifestò la sua preoccupazione immediatamente.

Quindi, da subito sei stata visitata da un medico.
I miei genitori si sono rivolti tempestivamente all’Ospedale Regina Margherita, e lì sono partiti i primi accertamenti diagnostici. Nel giro di pochissimo tempo sono stata indirizzata in Oncologia Pediatrica, che era allora diretta dal professor Enrico Madon.

Ricordi, anche se eri piccina, i primi giorni di permanenza in questo reparto?
Ho un ricordo netto del giorno in cui sono entrata in reparto. Prima di raccontare, ti faccio una premessa, ed è questa. Nella sfortuna, la malattia si è presentata in un’età in cui sei sufficientemente grande per collaborare, ma ancora piccola per capire pienamente cosa ti sta capitando. Comunque, entro in reparto dopo aver indossato i calzari adatti, con tutti i miei documenti per il ricovero e mi accoglie il dottor Sandri; mi accomodo sul letto assegnato e lui si siede vicino a me ed inizia a spiegarmi il tutto.

Cosa ti è rimasto del suo discorso?
Non dimenticherò mai una frase riferita al mio problema e precisamente: “Noi lo sconfiggiamo.” È restata lapidaria nella mia mente. Poi il dottore mi raccontò delle cure che sarebbero iniziate da subito e disse che avrei avuto bisogno di una bellissima parrucca.

Le cure consistevano in cosa?
Il protocollo di cura prevedeva quattro cicli tra chemioterapia e radioterapia. Poiché ero abbastanza grande, i medici decisero con la mia famiglia di evitare il catetere venoso che richiede comunque un piccolo intervento, e di mettere le flebo in vena direttamente.

Durante le cure hai incontrato l’UGI, con quali modalità?
Ho incontrato l’UGI in reparto, dove i volontari erano molti e sempre presenti. Ci facevano giocare e ci proponevano intrattenimenti di ogni genere, a seconda delle nostre possibilità del momento. Erano aggreganti e collaborativi.

Quindi i volontari UGI offrono un ottimo scambio con i bambini.
Non solo con loro. Ricordo, che in reparto, erano presenti e disponibili anche con i genitori. Stavano loro vicino, chiacchieravano e tu non sai quanti caffè hanno offerto ai miei genitori! Una condivisione a tutto tondo. Io oggi non mi stanco di esprimere in ogni modo la gratitudine per ciò che hanno fatto, per la loro costante presenza quando ti senti perso.

Vuoi dire altre cose che possano riguardare il rapporto con i volontari UGI?
Oltre al fatto che fossero angeli azzurri (per il colore del loro camice) e che offrissero giochi e passatempi, ci proponevano anche messaggi utili nel quotidiano; ci invitavano a tenere in ordine l’armadio dei giochi, cosa in cui dovevamo impegnarci per imparare a farcela comunque da soli. Nulla ci veniva imposto mai, e cosa importantissima, con loro non mi sono mai sentita malata.

I tuoi giorni nel reparto oncologico non sono mai stati disperati.
Non solo. I volontari ci erano vicini, anche i medici, gli infermieri, il personale del Day Hospital e del reparto tutto. So che può sembrare strano, ma l’atmosfera era “magica”, oserei dire. Tutti mi volevano un gran bene e mi tornano in mente frasi come: “Lauretta, sei qui con noi! Adesso tutto è a posto. Stiamo vincendo noi.”

Tu eri in età scolare?
Certo e in ospedale potevo frequentare i corsi che tenevano i docenti ospedalieri con cui svolgevo parte del programma che i miei compagni seguivano a scuola. I miei genitori erano il tramite e questo mi ha permesso di non perdere anni di scuola.

La scuola è importante per te?
Sicuramente lo è, e lo è stata. Infatti mi sono diplomata e laureata. Anche grazie a questi messaggi altamente positivi ricevuti in ospedale, a cui tutti hanno contribuito. Le mie tappe sono state la Maturità Classica e la Laurea in Scienze della Comunicazione.

A questo punto ti chiedo assolutamente di parlare della tua tesi di Laurea.
Ne sono felice! Il titolo è: “Biografia e poesia. La vita e le opere di Alda Merini”.

Chiarisci il perché di questa scelta.
È una donna che mi ha affascinata da quando l’ho letta. Per me è la testimonianza di una esperienza dolorosa, il manicomio, tradotta in poesia. Ha saputo trasformare il dolore in un sentire personale, vivo, originale e posso dirti che da lei ho imparato come il brutto possa diventare bello.

La tua vita ora come si svolge?
Io lavoro e sono impiegata in una farmacia di Chieri. Mi trovo bene, è un bell’ambiente, molto umano. Vivo con la mia famiglia e sono felicemente single. Però se trovo il principe… le porte sono aperte!

Il rapporto con la tua malattia oggi?
Sono serena, non c’è più. Mi ha lasciato una leggera emiparesi a sinistra, con cui ho imparato a convivere con tranquillità. I cicli di chemio, la radioterapia, i ricoveri sono lontanissimi; sono passati anche i periodi dei controlli ravvicinati, ora infatti sono davvero limitati a una volta all’anno nel reparto di Endocrinologia delle Molinette.

Cosa pensi della vita dopo il tuo percorso?
Questa esperienza mi ha cambiato il sistema di valori. Oggi apprezzo e cerco l’onestà, la trasparenza che ti fa apparire come sei, con i tuoi sentimenti, anche con le tue paure e delusioni. Non bisogna essere falsi e costruiti. Ritengo che la famiglia sia importante per la condivisione di ogni aspetto vissuto. Mi ha aiutata molto anche la fede, mi ha protetta sempre una mano che non vedevo. L’aver passato e superato un’esperienza oncologica mi ha dato una grande energia nell’affrontare i problemi con tenacia e perseveranza.

Vorresti inviare un saluto all’UGI, in conclusione?
Grazie ai volontari UGI e alla loro testimonianza. Per merito loro ho fatto la scelta di essere volontaria presso un’associazione.

E questo vale più di mille parole.
Sicuramente sì.
 

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