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Le Infermiere di Oncologia Pediatrica

Le Infermiere di Oncologia Pediatrica

“Siamo le amiche di un viaggio, accompagniamo i nostri piccoli pazienti verso la buona salute”

Incontrare le infermiere del reparto e del Day hospital o dell’ambulatorio di oncologia non è facile. Il lavoro e la preoccupazione di soddisfare ogni richiesta dei giovani pazienti non lasciano tempo alle chiacchiere. Almeno fino alla fine del turno. Com’è la situazione nei reparti in cui lavorano e come la pensano riguardo a quanto sappiamo in linea generale della vita dell’infermiere? Cinzia è la coordinatrice del Day Hospital del reparto di oncologia pediatrica e Cristina è infermiera dell’ambulatorio di oncologia. Entrambe concordano sul fatto che la vita dell’infermiere in generale è difficile perché il lavoro le coinvolge moltissimo anche dal punto di vista emotivo. Cinzia ci dice che “vi è una forte implicazione psicologica e un alto tasso di stress per la mole di lavoro”. Cristina sostiene che “è necessario anche fare attenzione al rapporto con i colleghi in quanto il passaggio di consegne è un momento molto delicato. Inoltre l’infermiere è al servizio del paziente e non deve portarsi dietro i suoi problemi. E’ un lavoro che ci spinge a rivalutare la vita in ogni forma in particolare i gesti e i sentimenti e la relazione con le persone”. Cinzia è serena e sorridente e si comprende che ama il suo lavoro e, come coordinatrice del Day Hospital, fa di tutto per “armonizzare il contesto per lavorare in un ambiente sereno tra il personale infermieristico e i medici”.
Cristina è ben consapevole del ruolo fondamentale dell’operatore e ci dice che “è un punto di riferimento per la famiglia che si trova catapultata in un ambiente confusionario e sconosciuto. Il bambino ha paura e l’infermiere deve far in modo che il bambino collabori con i medici mentre la famiglia deve essere accompagnata per affrontare le problematiche annesse alla malattia anche nel momento del rientro a casa”. Cristina si dilunga a raccontare le varie situazioni in cui si trovano i giovani pazienti nel corso della malattia e quindi delle terapie. Quando il bambino è ricoverato in Centro Trapianti “arriva con un bagaglio di esperienze e dolori precedenti, è quindi già molto provato e può comunicare con il mondo esterno solo attraverso un citofono dietro ad una parete di vetro. Questo aspetto ha un investimento psicologico molto forte sia per il bambino che per il genitore che lo assiste. L’infermiere in questo caso dovrà farsi carico ci sostenerli affinché il morale non scenda oltre i livelli di guardia. In reparto le cose forse sono diverse. Il rapporto con il bambino è stretto e l’infermiere non deve mai tradire la sua fiducia”. Cinzia sottolinea che “trattandosi di un paziente cronico si stabilisce una relazione tale che porta a gratificazione. Poiché è un lavoro non molto retribuito si cerca anche una soddisfazione diversa da quella economica. Se il paziente va a trovare l’infermiera successivamente al ricovero significa che si è stabilito un buon rapporto. Bisogna credere nel proprio lavoro”. Anche loro sostengono che la “preparazione tecnica deve essere ottima e – continua Cinzia – si deve avere una sensibilità particolare perché si ha a che fare con esseri umani piccoli ma non bisogna farsi coinvolgere troppo se no non si è lucidi”.
Cristina evidenzia che “l’infermiere deve essere accogliente e deve sviluppare un’empatia sana che aiuti il bambino ma senza farsi coinvolgere troppo”. Sempre Cristina ci dice che è “stimolante per l’infermiera cercare di affrontare determinati problemi, aiutare e capire il bambino.” Proprio per questo chiediamo come sia il rapporto con il giovane paziente e Cinzia afferma che “è importante che non ci sia coinvolgimento se no non si è obiettivi. “L’infermiere utilizza alcune metodi/tecniche che possono essere utili per calmare il bambino e renderlo più sereno – interviene Cristina – in ambulatorio usiamo anche i tablet se può aiutare a ridurre la paura”. Il reparto di oncologia richiede maggior lavoro e maggior attenzione? Cinzia risponde subito: “Certo che sì. È una patologia particolare e coinvolge tutti in modo speciale. Richiede maggior lavoro perché la terapia è pesante”. Cristina: “Sì, un grande alleato è il tempo perché si crea un rapporto con particolare con il bambino. L’infermiere viene percepito come un amico di viaggio che lavora per restituire la salute”. 

 

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