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Libri e film in libertà: gennaio - febbraio 2019

Libri e film in libertà: gennaio - febbraio 2019

LA LUNA E I FALÒ
“Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti”.
Anguilla torna a casa, sulle colline piemontesi, dopo decenni passati prima a Genova e poi in America. Torna al suo paese, dove in realtà non è nato, dove le radici sono quelle degli anni passati a lavorar la terra, non quelle di una vera famiglia. È un “bastardo”, un orfano adottato da contadini di Gaminella, Alessandria. Da piccolo era convinto che il mondo finisse alla svolta dove la strada strapiombava sul Belbo.
E adesso lo chiamano l’Americano; ha girato tutto il continente, ha avuto molte donne, cambiato diversi lavori e fatto un po’ di soldi, ma “quelle stelle non erano le mie”: perché l’America era così grande, e “nessuno ne aveva mai abbastanza, non era un paese che uno potesse rassegnarsi, posare la testa e dire agli altri «Per male che vada mi conoscete, per male che vada lasciatemi vivere». Era questo che faceva paura”. Il senso di non appartenenza pesava come quei cieli immensi che guardava la notte, quei cieli che sembravano vuoti. Non poteva restare, doveva tornare.
È appena finita la Seconda Guerra Mondiale, il tempo è scivolato via ma sulle colline e nei boschi tutto è uguale, anche se qua e là tra i vigneti e gli alberi risalgono dal suolo i morti, repubblichini e partigiani.
Le stagioni, non gli anni, si avvicendano. Anguilla rivede la fatica dei contadini, e la loro rabbia nella povertà. Gli sembra di tornar bambino quando conosce Cinto, un ragazzetto storpio che vive con la sua famiglia dove Anguilla aveva vissuto da piccolo, prima di andare a lavorare a tredici anni. Neanche la guerra ha realmente cambiato questo angolo di mondo; di ragazzi ne sono morti tanti, neri e rossi, ma la gente in paese sembra cieca, come se la Storia non fosse passata da lì.
“Qui Nuto diceva che avevo torto, che dovevo ribellarmi che su quelle colline si facesse ancora una vita bestiale, inumana, che la guerra non fosse servita a niente, che tutto fosse come prima, salvo i morti”.
L’amico Nuto, che da qui non è mai partito, conduce Anguilla in un viaggio di ritorno verso le origini, alla ricerca di un’identità non trovata oltreoceano; è un Virgilio falegname e un po’ comunista, che cammina nel passato e nel presente, accompagnando Anguilla in una Divina Commedia di mito e disincanto, di realtà e di mancanze. Di lune che scandiscono le stagioni, o che si nascondono dentro alla notte solitaria. Di falò accesi nella notte per un raccolto più vivace, o per uccidere e incenerire.
La luna e i falò è il libro che mi portavo dentro da più tempo e che più ho goduto a scrivere. Tanto che credo che per un pezzo – forse per sempre – non farò più altro”.
Questo, infatti, è l’ultimo romanzo di Cesare Pavese.
Il peso della memoria e dell’incomunicabilità, il fallimento della fuga e la speranza del ritorno, l’eden perduto dell’infanzia e la disillusione del presente. Queste pagine sono un grido implacabile, un abbandono, un sentiero sulle colline ripide della vita.

SOSTIENE PEREIRA
“Sostiene Pereira che era una magnifica giornata d’estate, soleggiata e ventilata. Lisbona sfavillava e, come tutte le mattine, si era alzato presto”.
Non immagina che quel giorno sarà per lui una svolta, fine e inizio.
Il dottor Pereira è un uomo vedovo che si avvicina alla vecchiaia, cattolico, grasso e affaticato dalla vita, ma soprattutto è un giornalista: scrive le pagine di cultura di un giornale indipendente, il Lisboa. Niente politica, soltanto letteratura.
Ma a Lisbona nel 1938 prima o poi ti scontri con la realtà, e anche Pereira – dimesso e tranquillo, pare impermeabile alla stagione buia che soffoca l’Europa – non può farne a meno.
Al cafè Orquidea, mentre beve limonate piene di zucchero e mangia le adorate omelettes alle erbe, il cameriere lo tiene aggiornato sui fatti che un giornale dovrebbe pubblicare e denunciare, ma di cui nessuno scrive: i pestaggi, la violenza di Salazar, l’odio verso gli ebrei, i morti in Spagna a difesa della Repubblica.
Ma tutto è davvero cambiato quel giorno luminoso in cui il dottor Pereira ha letto un articolo sulla morte e ha chiamato il suo autore per proporgli una collaborazione.
Quando lo incontra resta stupito: Monteiro Rossi è poco più che un ragazzo, un filosofo che parla di morte, ma così pieno di vita, innamorato di una donna splendida (splendida e pericolosa, perché dice quello che pensa). Pereira gli commissiona  “coccodrilli” (necrologi) di letterati famosi prossimi alla morte, assurdo ma previdente.
Il primo coccodrillo su D’Annunzio è impubblicabile: Rossi lo definisce fanfarone e guerrafondaio. Pereira è sorpreso da tale ardore sovversivo e lo rimbrotta preoccupato. È vero: le “ragioni del cuore” sono le più importanti, ma bisogna aprire gli occhi, usare la testa ed essere prudenti. Nonostante tutto, vuole dare fiducia a questo ragazzo; così lo paga, forse perché è tanto simile a lui da giovane, con il ciuffo di capelli che gli cade sempre sulla fronte, pieno d’amore per Marta così come lui lo era per sua moglie, con cui ancora parla come fossero insieme guardando la sua fotografia in camera da letto.
O forse perché Monteiro Rossi ha ragione…
Troppi accadimenti, Pereira e il suo cuore malconcio hanno bisogno di una pausa. Alle terme diventa amico del dottor Cardoso; grazie a lui comprende che sta cambiando. I suoi dubbi sul mondo, sulla morte, sulla verità, e anche sulla giustizia premono per liberarsi, e diventano consapevolezza.
Quando una dittatura non si nasconde più sotto false vesti, e violenza e dolore diventano insostenibili, è impossibile tacere: bisogna ascoltare le ragioni del cuore. Bisogna tornare un po’ giovani, scostare i capelli dalla fronte e lottare.
Roberto Faenza trasforma in immagini lo stupendo romanzo di Antonio Tabucchi. Marcello Mastroianni – in quel che sarà il suo ultimo film italiano – è insuperabile come sempre, riesce a trafiggerti di malinconia, e poi di coraggio.
Film poco amato dalla critica, ma la storia che racconta è necessaria. Soprattutto oggi.

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