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Libri e film in libertà: gennaio - febbraio 2020

Libri e film in libertà: gennaio - febbraio 2020


UN PAESE TERRIBILE
Andrej ha passato la soglia dei trent’anni. È appena stato mollato dalla sua ragazza. È fresco di dottorato in letteratura russa, ma la sua carriera professionale non brilla quanto lui vorrebbe. Per essere precisi non ha un soldo né grandi prospettive accademiche. È nato in Urss nel 1975, e all’età di sei anni si è trasferito in America con i genitori e il fratello maggiore, Dima. Nel 2008 torna a Mosca per occuparsi della nonna, Baba Seva, ormai novantenne, che abita da sola in un appartamento che decenni fa le era stato donato da Stalin in persona, o almeno così vuole la leggenda di famiglia che alla nonna sta tanto scomoda. Andrej decide di partire perché non ha nulla che lo trattenga a New York. Parte perché in fondo ha voglia di partire. Di vedere sua nonna. Di rivedere il suo paese. La Russia è cambiata. Riconosce i grandi viali e gli edifici maestosi. Riconosce la casa della nonna, dove tutto è come negli anni Sessanta. Riconosce la lingua delle persone che camminano per strada. Riconosce qualche vecchia macchina, tra gli ultimi cimeli del passato sovietico. Riconosce tra i ricordi dei suoi coetanei i suoi ricordi d’infanzia, di cui tutti hanno una strana, vischiosa nostalgia nonostante non fosse facile vivere in Urss. Il resto è tutto diverso. I cortili dei palazzi dove giocava da piccolo sono stati soffocati dal cemento. Negozi lussuosi sono spuntati ad ogni angolo. Tutto, dal caffè ai maglioni di lana, tutto è carissimo. La dittatura politica è diventata dittatura economica. Gli oligarchi, e Putin, hanno in mano il paese. La città pare non voler raccontare il suo passato. Mosca non ricorda, così come Baba Seva, che giorno dopo giorno perde la memoria; l’Alzheimer sta mordicchiando i suoi pensieri. All’inizio non riconosce nemmeno Andrej. Poi si abitua alla sua presenza, e il tempo passa e tutto diventa quotidiano: i loro anagrammi seduti al tavolo della cucina, le cene, le poche chiacchiere e le passeggiate. Andrej lavora qualche ora al giorno ai suoi corsi online, seduto all’unico bar che frequenta. Aiuta la nonna con la spesa e i lavori di casa. E pian piano, da straniero in patria, conosce una squadra di hockey con cui giocare. Qualche ragazzo con cui bere una birra. Addirittura una ragazza. Gli viene persino in mente un’idea da pubblicare per provare a trascinare fuori dal pantano la sua carriera. Scopre di amare il posto in cui è nato. E lo detesta anche. Gli sembra di essere fuori posto in America e fuori posto in Russia. Ma… Un ragazzo fragile in cerca di felicità, in cerca di una casa, di un’identità, di appartenenza. Gessen mette molto di suo in questo romanzo. Anche lui è russo e da bambino si è trasferito in America con la famiglia. Anche lui avrà provato quel senso di straniamento e allo stesso tempo di attaccamento che leggiamo tra le pagine di questo bel libro. Libro che ci racconta con precisione – lineare ma dal retrogusto dolcemente nostalgico – un paese e un’epoca. Un paese terribile, probabilmente sì, ma a suo modo affascinante.
 
UN GIORNO DI PIOGGIA A NEW YORK
I guess I’ll go through life, just catching colds and missing trains.
Everything happens to me.
I fell in love just once, and then it had to be with you,
Everything happens to me.”
(Chet Baker)
Gatsby. Non il “great” del romanzo di Fitzgerald. Gatsby Welles è un ragazzo di New York, che studia in una buona università, di famiglia colta e alto-borghese. Preferisce il jazz e la musica di Gershwin a qualunque altro suono. Ama i classici della letteratura, i classici di Hollywood, le giacche vintage e la sua città. Soprattutto la sua città: New York. La ama alla follia; le sue strade dal Financial District al Village a Washington Heighs, dall’Hudson all’East River e oltre, Brooklyn e gli altri boroughs. Manhattan è la sua passione, specialmente quando piove, e una leggera nebbia sale dall’asfalto, e tutto sembra ancora più magico. È un nostalgico, incline alla malinconia e al culto del passato.
Ha l’occasione di tornare a New York con la sua fidanzata, Ashleigh, e la coglie al volo, progettando il perfetto weekend romantico.
Ashleigh. È una bella biondina dell’Arizona. Un po’ provincialotta forse, sicuramente svampita, ma anche lei amante a modo suo della cultura. Scrive sul giornale del college, e quando le propongono di intervistare a New York il suo regista preferito non sta più nella pelle. Si prospetta un fine settimana indimenticabile per la coppietta…
Gatsby può far scoprire a lei l’incanto della Grande Mela, e Ashleigh può vedere da vicino i riflessi delle mille luci della fama. Sembra tutto perfetto, ma come fare con la pioggia, se lui pensa sia il coronamento della Bellezza e lei crede che renda tutto terribilmente triste?
Come canta Gatsby, imitando la voce vellutata di Chet Baker, “everything happens to me”.
Woody Allen è tornato. Un tuffo nel passato, sotto molti aspetti. Prima di tutto, lei: the City. Manhattan e Io e Annie docet (ma intendiamoci: sono e restano inarrivabili anche per Allen stesso). New York è di nuovo protagonista, e l’amore di Allen si coglie da ogni inquadratura, da ogni parola di Gatsby, che tanti considerano il giovane alter ego del regista. Certo: gli sguardi intrisi di malinconia, i discorsi pungenti e ironici, le citazioni letterarie e cinematografiche che abbondano… Molte sono le similitudini. Ma Allen semplicemente ha voluto mettere in scena ciò che ama. Una firma.
Il cast brilla di nuove stelle: Timothée Chamalet ed Elle Fanning interpretano ad arte i protagonisti, appoggiati da Selena Gomez, Liev Schreiber e Jude Law.
Tra le righe, volutamente visibile, la critica a Hollywood e alla sua vacuità; Woody Allen sbeffeggia il mondo dello spettacolo, non a caso dopo lo scandalo Me too che ha oscurato lui e il suo film in America.
A rainy day in New York ha la stessa atmosfera sognante, le stesse stupende luci degli ultimi Cafè Society e Wonder Wheel.
La ricerca della Bellezza, le svariate forme del Desiderio. Tutto, semplicemente, in una storia d’amore tra ragazzi, in una storia d’amore tra tutti noi e New York.

(Erica Berti)

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