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Libri e film in libertà: luglio - agosto 2019

Libri e film in libertà: luglio - agosto 2019


RESTO QUI, MARCO BALZANO
“Se per te questo posto ha un significato, se le strade e le montagne ti appartengono, non devi aver paura di restare.” L’anno del diploma. Trina non ha mai guardato i ragazzi, ma di Erich si è innamorata subito; lo spia quando torna dai pascoli, lo ascolta di nascosto mentre parla con Pà, che fa il falegname e gli piace parlare con chi ha qualcosa da dire. È il 1923. Da quando è finita la Prima Guerra Mondiale il Sud Tirolo non è più austriaco, ma italiano. I fascisti sono arrivati da tempo anche a Curon, in Val Venosta. “Fino a quel momento la vita era scandita dai ritmi delle stagioni. Sembrava che quassù la storia non arrivasse. Era un’eco che si perdeva. La lingua era il tedesco, la religione quella cristiana, il lavoro quello nei campi e nelle stalle”. Mussolini ha cancellato i nomi tedeschi dei paesi e delle strade e li ha ribattezzati. Colonie di italiani del Sud sono arrivate in queste valli per lavorare e italianizzare, sostituendo gli abitanti del luogo. “Dal primo momento è stato noi contro loro. La lingua di uno contro quella dell’altro. La prepotenza del potere improvviso e chi rivendica radici di secoli”. Trina vorrebbe insegnare, ma ormai le maestre devono insegnare italiano, essere italiane. Afflitta, come tante ragazze trova un altro modo per stare con i bambini: fa la maestra clandestina. La mattina presto o la sera quando arriva il buio insegna (in tedesco, orgogliosamente, pur avendo studiato l’italiano) in una stalla, in chiesa, in una cantina o in soffitta. Il suo arresto non la ferma, sposta continuamente i luoghi delle lezioni e va avanti. I fascisti diventano più violenti, e con loro un’altra ombra scura si addensa sulla valle: la Montecatini vuole costruire una diga per sfruttare la corrente del fiume e produrre energia. Questo detterebbe la fine di Curon e di altri paesi vicini: l’acqua li sommergerebbe facendoli scomparire per sempre. “Essere contro”, contro i fascisti e contro la diga, avvicina sempre più Trina e Erich, e li porta a sposarsi. È una vita difficile, tra il lavoro nei campi, la clandestinità, i pochi soldi, la paura. E la rabbia. Si sentono tirolesi e non italiani, non vogliono essere costretti ad abbandonare la loro lingua, le loro tradizioni. Tanti compaesani sono affascinati da Hitler, sperano che una Germania forte possa riportarli nell’alveo mitteleuropeo. Ma a Erich e Trina il Fuhrer non piace affatto. Vogliono solo restare qui, e vivere. Non farsi sommergere dalle brutture delle dittature e della guerra o dall’acqua della diga e dal potere di un’azienda che in nome del progresso vuole arricchirsi a discapito di interi paesi. Trina narra in prima persona la sua storia alla figlia perduta, nella speranza che le parole possano attutire il dolore, suo e della valle. Un romanzo che con voce intima fa luce su un passato che i libri scolastici spesso non raccontano. Un romanzo per comprendere come le radici – e le lingue intese come radici – possano far germogliare odio e al contempo umanità. Un libro “civile”, di resistenze personali e collettive. Di memoria e di scelte.

GREEN BOOK, PETER FARRELLY
“Per cambiare i cuori delle persone ci vuole coraggio”. 1962. New York City. Tony “Lip” Vallelonga. Fa il buttafuori al Copacabana, fino a quando non lo licenziano e si deve cercare un altro lavoro. È un italoamericano e vive da sempre nel Bronx con la sua famiglia allargata, chiassosa e a suo modo – molto italiano – amorevole. È rozzo, sbruffone, non disdegna la violenza e ha dei pregiudizi “primitivi”, un razzismo quasi istintivo. Gli piace chiacchierare, con quella sua sigaretta perennemente in bocca; gli piace mangiare; gli piace litigare. È un uomo tutto terreno. Ignorante, irascibile e spesso irrazionale. Ama con tutto il cuore la moglie. Dietro alle sue movenze un po’ ridicole e a quello stereotipo che incarna di italoamericano c’è una mente pronta ad ascoltare, che sa mettersi in gioco fino a diventare comprensiva. Don Shirley. È un pianista rinomato. Si appresta a fare un tour nel profondo Sud degli States, e ha bisogno di un autista. Vive in un loft stupendo sopra alla Carnegie Hall. È ricco, è colto, estremamente raffinato, talora eccentrico. Di poche parole, solitario e solo. È nero. E musulmano. E omosessuale. Viene dalla Giamaica, e nonostante la sua cultura non si sente a casa da nessuna parte. Non è abbastanza bianco: anche se ha i soldi ed è istruito resta un uomo di colore che non può realmente integrarsi nel mondo dei bianchi degli anni Sessanta; non è abbastanza nero: suona per ricchi bianchi e pare atteggiarsi da bianco, e i neri lo guardano con sospetto. Con la sua musica sfida tutti a suo modo: vorrebbe, semplicemente, essere accettato così com’è. Tiene i suoi demoni imbottigliati, e la sera li mescola segretamente con la vodka. Due persone agli antipodi, due estranei che imparano a conoscersi superando i confini razziali e sociali, perché in fondo han bisogno l’uno dell’altro. Green book è un road movie sull’amicizia, un viaggio surreale ma vero, esilarante e doloroso al contempo. Un film prevedibile ma mai banale – basato su una storia vera –che ha vinto tre Oscar, e se li merita tutti. Viggo Mortensen (Lip) e Mahershala Ali (Don) sono magistrali nell’interpretazione. Il titolo deriva da una guida: The negro motorist green book. Manuale per viaggiare negli Stati Uniti, in stampa ogni anno dal 1936 al 1966, ideato da un postino afroamericano di Harlem. Era indispensabile nell’America degli anni ’60 perchè indicava tappe, ristoranti e alberghi dove la gente di colore non sarebbe stata maltrattata. Ricordate, 1962: Martin Luther King non ha ancora pronunciato il suo discorso “I have a dream”, John Kennedy è il presidente (e sta per essere assassinato) ma ancora non si è mosso per i diritti dei neri, il Civil Right Act è del 1964 quindi postumo alla sua morte. L’America è un paese razzista e segregazionista. Farrelly, il regista, non vuole però fare una pellicola di pura denuncia storica. Vuole raccontare una storia, anche con leggerezza, ma che sia sincera. E nella sincerità – quanto nel coraggio – c’è sempre una richiesta implicita di verità.

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