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Libri e film in libertà: maggio - giugno 2018

Libri e film in libertà: maggio - giugno 2018


LA FERROVIA SOTTERRANEA
di Colson Whitehead
“Underground railroad”: questo era il nome che negli Stati Uniti davano ai percorsi segreti e ai gruppi di abolizionisti che, tra l’inizio dell’Ottocento e la Guerra Civile, aiutavano gli schiavi neri a fuggire dal Sud per conquistarsi la libertà al Nord, dove la schiavitù era stata abolita.
Colson Whitehead da bambino immaginava una vera e propria ferrovia: ferro, vagoni, stazioni nascoste, lunghissime gallerie sotterranee e binari su cui i treni tagliavano nel buio l’America, diretti verso un’America migliore.
Da qui è nata l’idea del romanzo. Da qui è nata Cora, giovane schiava di colore. Vive in Georgia ed è proprietà dei Randall, ricchi uomini bianchi che “rubavano ciò che apparteneva ad altri, che fosse qualcosa che si poteva tenere in mano, come la terra, o qualcosa di immateriale, come la libertà”. La nonna di Cora, Ajarri, arrivò lì in catene dall’Africa, e la madre Mabel è stata l’unica della piantagione a scappare e a non essere torturata e giustiziata. Non l’hanno mai trovata. Forse si è salvata, forse è libera. Quando Caesar, un altro schiavo, propone a Cora di seguire le orme della madre, lei dice di no. Impossibile. Ma quel pensiero crea un solco, giorno dopo giorno, tra il cotone e le botte e i soprusi dei padroni. Fino a quando il solco, come una frustata, diventa troppo profondo per ignorarlo.
E inizia la fuga. “La guidava l’unica alternativa dello schiavo: ovunque, ovunque tranne che da dove stai scappando”. Paludi, campagne, boschi, città, soffitte e rifugi: Cora attraverserà Carolina del Sud, Carolina del Nord, Tennessee, Indiana, fino - forse - al Nord. Un’Odissea, un nuovo viaggio di Gulliver: a piedi e sui treni sotterranei, tra uomini crudeli, cacciatori di schiavi (il maggior antagonista è lo spietato Ridgeway, che aveva provato a catturare Mabel e ora cerca vendetta con la figlia), qualche bianco coraggioso e una quantità inimmaginabile di razzismo ed efferatezza.
Un’Odissea verso la libertà che sembra sempre troppo lontana, lontana dalle diverse forme di schiavitù che la ragazza sarà costretta a vivere sulla propria pelle e a combattere ovunque si fermerà. “La ferrovia sotterranea” è il solo libro ad aver vinto sia il National Book Awards che il Premio Pulitzer negli ultimi vent’anni. Whitehead lascia parlare la violenza, la realtà, senza retorica. Una storia che travolge e turba l’animo, lo graffia e lo scuote. Una storia che divora le nostre idee più o meno preconcette sulla schiavitù e le colora di un buio pesante ma veritiero, indispensabile. Molti infatti lo hanno definito un libro “necessario”, per il passato da ricordare e per il presente da comprendere: l’era Trump del neorazzismo, di un odio che cambia forma ma si rafforza ovunque. “E anche l’America è un’illusione, la più grande di tutte. La razza bianca crede che sia suo diritto impadronirsi della terra. Uccidere gli indiani. Fare la guerra. Mettere in catene i propri fratelli. Questa nazione non dovrebbe esistere, se ci fosse giustizia a questo mondo, perché le sue fondamenta sono l’omicidio, il furto e la brutalità. Eppure siamo qui”.
 
THE HELP
“Sono nata nel 1911 nella contea di Chickasaw, piantagione Piedmont” “Da bambina sapevi che un giorno avresti fatto la cameriera?” “Lo sapevo, sissignora” “E come facevi a saperlo?” “Mia mamma era una cameriera e mia nonna era una schiava di casa” “Sogni mai di essere qualcos’altro? Come ci si sente a crescere un bambino bianco mentre del tuo a casa se ne occupa qualcun altro?” Eugenia “Skeeter” Phelan, fresca di laurea in giornalismo, torna a Jackson dai genitori, ricchi proprietari terrieri. Ritrova il profondo Sud: il caldo, reazionario, razzista Mississipi. Le sue amiche si sono sposate, molte hanno figli; hanno trovato l’uomo “giusto” - o così credono - a suon di vaporosi vestiti floreali e party borghesi.
I loro bambini? Se ne occupano le domestiche di colore, as usual.
È il 1963: Martin Luther King lotta per i diritti civili e John Fitzgerald Kennedy è il Presidente degli Stati Uniti, ma a Jackson nulla sembra cambiato.
La Storia che avanza è una eco lontana, a malapena penetra le mura di queste case conservatrici. Bianchi. Neri. Anzi: “negri”.
La divisione è netta, la discriminazione è palese, è legale, è condivisa. Skeeter vuole fare la scrittrice, non è interessata al matrimonio quanto le sue coetanee. Viene assunta dal Jackson’s Journal per la rubrica dedicata alle casalinghe. Non è esattamente il suo sogno, ma è un inizio. Peccato che lei non sappia nulla di casalinghitudine; si fa aiutare da Aibileen, la domestica di colore della sua amica Hilly (già, “della”: i neri sono ancora di proprietà di qualcun altro e non di loro stessi).
Scatta qualcosa. Aibileen si racconta, e Skeeter decide che quelle sono storie che tutti dovrebbero ascoltare. Propone il progetto a un’influente casa editrice di New York, che la appoggia. Un libro dal punto di vista delle cameriere afroamericane: niente di simile è mai stato scritto.
Le donne che vuole intervistare, a cominciare da Aibileen e dall’amica Milly, all’inizio sono titubanti. Due fatti daranno loro il coraggio necessario: la proposta di Hilly alla comunità di rendere obbligatorio un bagno - esterno alle case - per i domestici neri, così da preservare l’igiene dei bianchi; l’omicidio da parte di un membro del Ku Klux Klan di Medgar Evers, nero attivista per i diritti civili, poche ore dopo il famoso discorso di Kennedy contro la segregazione razziale.
Il film ha vinto meritatamente un Oscar, un Golden Globe e un Bafta. Viola Davis (nei panni di Aibileen) e Octavia Spencer (Milly) sono grandiose, Bryce Dallas Howard (Hilly) e Emma Stone (Skeeter) le seguono a ruota insieme a Jessica Chastain, che interpreta una donna attraente e odiata/invidiata perché fuori dagli schemi. Tratto dal romanzo di Kathryn Stockett, la pellicola di Tate Taylor (amico della scrittrice, entrambi vissuti a Jackson) fa un ritratto esteticamente realistico dei primi anni ‘60, arricchito da una vena comica che alleggerisce e al contempo enfatizza il dramma, la verità.
E la verità genera rabbia, disgusto, ma soprattutto consapevolezza.
Consapevolezza: questa è la parola chiave.

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