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Libri e film in libertà: marzo - aprile 2019

Libri e film in libertà: marzo - aprile 2019


IL BUIO OLTRE LA SIEPE
Fa caldo in Alabama, d’estate. Scout, al secolo Jean Louise Finch, è presa dai suoi giochi da maschiaccio con il fratello Jem e l’amico Dill. È una bambina vivace e curiosa, che odia le bambole e mette i pantaloni (stiamo parlando degli anni ’30, stiamo parlando di una bambina quantomeno originale).
Vive con il fratello, il padre e Calpurnia, la domestica di colore.
Al di là della siepe del loro giardino c’è la casa dei Radley, una famiglia molto strana. A Maycomb si racconta che uno dei figli, Boo, non esca di casa da anni e sia diventato un mostro che mangia scoiattoli e terrorizza bambini. La curiosità di Scout riuscirà a combattere la strizza e a scoprire se è vero?
Ma oltre le ordinate siepi delle abitazioni si nasconde molto di più. Una cascata di ipocrisie, pregiudizi, violenza e menzogna si abbattono sulla famiglia di Scout quando il padre Atticus ­– rinomato avvocato, uomo intelligente e sensibile – assume la difesa d’ufficio di Tom Robinson, un giovane di colore accusato di avere violentato una ragazza bianca. Scout e Jem decidono di assistere al processo; scoprono così la disumanità e il razzismo, il potere della paura e dell’ignoranza, entrando ormai per sempre nel mondo degli adulti. Un mondo ottuso osservato dagli occhi innocenti di una bambina a cui il padre ha insegnato che “non riuscirai mai a capire una persona se non cerchi di metterti nei suoi panni, se non cerchi di vedere le cose dal suo punto di vista”. Di qualunque colore siano i suoi panni, o la sua pelle.
Nel profondo Sud americano la schiavitù è stata abolita ma gli afroamericani sono ancora etichettati come esseri inferiori. Il razzismo è un elemento identitario e incontrovertibile della società. Chi, come Atticus Finch, prova a combatterlo si troverà spesso solo, ma si sentirà più umano. “Volevo che tu imparassi una cosa: volevo che tu vedessi che cosa è il vero coraggio (…). Aver coraggio significa sapere di essere sconfitti prima ancora di cominciare, e cominciare egualmente e arrivare sino in fondo, qualsiasi cosa succeda”.
Il titolo originale del romanzo è “To kill a mockingbird”, che come la siepe della traduzione italiana è una metafora: fare del male a una creatura innocente come un usignolo è un peccato imperdonabile per Harper Lee, superare il confine reale e mentale di una siepe è un gesto che ci porta a conoscere, a comprendere, a crescere.
La scrittrice pubblica questo libro nel 1960, dopo aver dato retta al consiglio dell’amico Truman Capote: scrivere i suoi ricordi d’infanzia. Vincerà il premio Pulitzer, e due anni dopo la pubblicazione Gregory Peck interpreterà un maestoso Atticus Finch cinematografico vincendo un Oscar.
Barack Obama lo ha letto ad alta voce alle sue figlie molte volte, e lo ha definito “romanzo senza tempo (…), Il buio oltre la siepe diede vita ad una storia indimenticabile di coraggio e convinzione, sul fare quel che è giusto, a qualunque prezzo”.


GRAN TORINO

“So tenderly, your story is
nothing more that what you see
or what you’ve done or will become
standing strong, do you belong
in your skin, just wondering”
(Jamie Cullum, Gran Torino)


Walt Kovalski ha perso sua moglie. Probabilmente ha perso tutto. Ottantenne, veterano della guerra di Corea, ex operaio Ford nella Detroit che aveva fatto parte del sogno americano. Ormai è solo, accanto a lui la tenera labrador Daisy e l’amatissima Gran Torino, auto che lui stesso ha assemblato. “Engines hum and bitter dreams grow, heart locked in a Gran Torino”. È chiuso in se stesso. Walt è astioso verso tutti, non sopporta i suoi figli e ha una gran brutta tosse che sicuramente è una brutta malattia. Se ne sta giorni interi seduto in veranda, Daisy accucciata vicino a lui. In mano una birra e negli occhi il rancore. Uno sguardo cupo e aggressivo su ciò che lo circonda. Con quello sguardo odia i “musi gialli”, gli asiatici di etnia Hmong che hanno conquistato il suo tranquillo quartiere bianco americano. Nella casa accanto c’è una vecchia che non fa che sbraitargli contro in quella sua lingua incomprensibile, e due ragazzetti che non faranno altro che mettersi nei guai come tutti i musi gialli. Thao e Sue. Possono immaginarlo, quegli occhi strizzati nello sguardo rabbioso, che i due ragazzetti cambieranno tutto? Thao è timido, oppresso dalla cultura della sua famiglia, molto tradizionalista. Per uscirne fa l’errore che tanti hanno fatto prima di lui: entrare in una gang. Ha paura: è terrorizzato dal suo futuro, ma non gli sembra di avere altra scelta. Così si prepara al rito d’iniziazione: rubare la Gran Torino del vecchiaccio razzista che abita vicino a lui. Sue è una che non ha paura invece. La sua lingua è tagliente, e ti dice in faccia quello che pensa con un’ironia così intelligente da far traballare tutti i pregiudizi. Loro insegneranno a Walt che si può sempre cambiare, che si può fare pace con il passato, che i sogni amari possono avere un altro sapore. E si può così lasciare qualcosa di prezioso a chi scopriamo di amare, quando ce ne andiamo. “Your world is nothing more than all the tiny things you left behind”. Questo film è un ossimoro. Eastwood, con la semplicità dello stile e la complessità dei temi che affronta, sa accostare e far convivere odio e tenerezza, rancore e redenzione, razzismo e umanità. Il ritmo è lento e nostalgico, come la colonna sonora, come la voce ruvida di Clint che graffia il cuore in apertura della canzone di Jamie Cullum. La firma del regista è nelle inquadrature, sul suo volto rugoso ed espressivo, nel punto di vista sul mondo e sugli uomini. “Questo è il mio film più piccolo, ma anche il più personale. Non è tempo di poliziotti estremi, ma di coraggio nel comprendere gli altri”.

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