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LIBRI E FILM IN LIBERTA: MAGGIO - GIUGNO 2020

LIBRI E FILM IN LIBERTA': MAGGIO - GIUGNO 2020


I RAGAZZI DELLA NICKEL
Dobbiamo credere nel profondo dell’anima che siamo qualcuno, che siamo importanti, che meritiamo rispetto, e ogni giorno dobbiamo percorrere le strade della nostra vita con questo senso di dignità e di importanza”
(Martin Luther King, “At Zion Hill”)

 “Anche Elwood era così: non valeva meno di nessun altro”.
Elwood Curtis è un ragazzino nero; vive a Tallahassee, in Florida, con sua nonna Harriet. È un bravo studente, un bravo nipote, un bravo seguace del Dottor King. Nel 1963 il movimento per i diritti civili combatte contro la segregazione razziale e le Jim Crow Laws. Ma un nero in America nel 1963 resta un nero. Elwood dovrebbe aspirare a un impiego nell’albergo dove la nonna fa l’addetta alle pulizie o alla tabaccheria dove già lavora dopo la scuola, e dovrebbe desiderare una vita tranquilla, un’esistenza pacata che non faccia rumore, che non alzi mai la voce; questo è quello che la società bianca si aspetta da un bravo ragazzo nero. Ma lui vuole di più, ha dei sogni: vuole continuare a studiare e andare al college, vuole marciare per i suoi diritti fino a conquistarli, vuole emanciparsi ed es-sere libero, vuole un futuro per lui e per i neri, senza segregazione.
Ecco però la fatalità, un innocente e inconsapevole sbaglio. Chiede un passaggio in macchina a un afroamericano, ma la polizia li ferma: l’auto risulta rubata. Whitehead vede Elwood come “il simbolo di tutti i ragazzi di colore che ancora oggi, in qualsiasi momento, possono essere fermati da un poliziotto e vedere la loro vita cambiare completa-mente, perché è sufficiente avere la pelle scura e trovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliato”.
Ecco la Nickel. Una struttura che dovrebbe essere scuola e colonia penale rieducativa, ma che forgia i ragazzi a suon di vessazioni, sfruttamento, abusi fisici e psicologici.
Elwood cerca di sopravvivere in questo inferno, e si fa un amico: Turner, un ragazzo di strada cinico, pieno di rabbia e di dolore. Con lui Elwood può acquistare forza, imparando con amarezza che “qui dentro e là fuori è la stessa cosa, solo che qui dentro non si deve più fingere”: se sei nero, devi stare sotto il giogo di un bianco. Turner invece dall’idealismo e dalla volontà dell’amico scorge la possibilità di avere aspirazioni, comprende la speranza e la potenziale esistenza di un futuro - fuori dalla Nickel - in un mondo che sta cercando di cambiare. E anche loro due possono cambiarlo, forse. Lo cambieranno?
“I ragazzi sapevano di quel luogo maledetto. C’era voluta una studentessa della University of South Florida per mostrarlo al resto del mondo, decine di anni dopo che il primo ragazzo era stato infilato dentro un sacco di patate e scaricato lì”.
Whitehead scrive un romanzo breve, netto, bruciante. La sua “scuola” Nickel nella realtà corrisponde al riformatorio Arthur Dozier School for boys, chiuso nel 2011; tre anni dopo un gruppo di studenti di archeologia ha scoperto decine e decine di tombe che testimoniano le brutalità perpetrate nell’istituto frequentato loro malgrado da ragazzi perlopiù afroamericani. Le analisi forensi hanno riportato tra le cause dei decessi ferite da arma da fuoco, traumi causati da percosse e grave stato di malnutrizione. Alcune delle spoglie sono state identificate e, attraverso i racconti dei sopravvissuti, sono stati svelati i maltrattamenti e gli abusi subiti dagli alunni fino alla fine degli anni Sessanta.
La scuola era “solo un posto fra tanti”, scrive Whitehead, “ma ce n’era uno perché ce n’erano centinaia” sparsi “per tutto il paese come fabbriche del dolore”.
Oggi - perché oggi il passato non è passato - c’è un altro modo per dirlo, e possiamo sentirlo in televisione, leggerlo sui giornali, ascoltarlo nelle vie e nelle piazze di tutto il mondo: “Black lives matter”, “No justice, no peace”.
 
UNORTHODOX
 
Williamsburg. Attraversato il ponte, lasciata alle spalle Lower Manhattan, l’architettura cambia. Il quartiere di Brooklyn ha un’atmosfera retrò, industriale, vintage. Negozietti alternativi, birrerie in vecchi capannoni, mercatini, ristoranti strambi. Anticonformismo e diversità culturale. Da vecchio ghetto povero, d’immigrazione, si è trasformato in un posto alla moda, frequentato da ragazzi e turisti. Bene, fatevi un giro per le sue vie: un’altra peculiarità verrà subito agli occhi. Laggiù, quegli uomini. Un enorme cappello di pelliccia (lo shtreimel), i completi e i lunghi cappotti neri, i due boccoli che spuntano ai lati del viso, i payot. E le donne (attorniate da un nugolo di ragazzini che sembrano piccoli adulti): la gonna sotto il ginocchio e le scarpe basse, i capelli coperti da un fazzoletto o liberi ma per tutte uguali, perché sono parrucche: le sheitel. All’improvviso siamo catapultati nella Galizia polacca e ucraina, nella Romania e Ungheria di metà Ottocento.
A Williamsburg vive tra le più numerose comunità chassidiche d’America, ebrei ortodossi originari dell’Europa centrale e dell’Est arrivati in USA durante e dopo la Seconda Guerra Mondiale. Tra loro c’è la comunità Satmar. In queste strade avreste potuto incontrare, anni fa, Deborah Feldman. Lei dai Satmar è scappata, e poi ha scritto un libro: Unorthodox. L’omonima miniserie Netflix è tratta (liberamente, ma non libera da qualche critica) dalla sua autobiografia.
Esther (Etsy) è una ragazza chassidica, poco più di una bambina. Per lei è arrivato il momento di sposarsi. Come da tradizione, la famiglia organizza l’incontro con il futuro sposo, Yanky; i due sono imbarazzati ma al contempo curiosi l’uno dell’altra. Il matrimonio è una festa per l’intera comunità, un rito importantissimo per i Chassidim. Etsy nel suo vestito di pizzo bianco diventa moglie, dunque cede al marito la sua individualità. Per un po’ i due ragazzi (è questo che sono) paiono felici, impazienti di cominciare la loro nuova vita insieme. Presto però, già dalla prima notte di nozze, iniziano le difficoltà. Per i Satmar gli sposi devono procreare, il più possibile. In questo modo possono “combattere” la tragedia dell’Olocausto: con nuove vite. Ma Etsy ha dei problemi, o così pare; l’inesperienza e l’ignoranza sul sesso sono un grande ostacolo che le rendono la vita impossibile, con un marito sempre più preoccupato e le rispettive famiglie sempre più opprimenti. Esther ha rinunciato a tutto: al suo grande amore per la musica e il pianoforte (che sarebbe proibito suonare per una donna), alla sua giovinezza, alla sua curiosità verso il mondo, e vi ha rinunciato per fare la cosa giusta, “zaddiq” in yiddish: seguire le regole e i precetti, creare una famiglia. Il peso però ora è insostenibile, si sente intrappolata, senza aria, senza amore. Yanky vuole il divorzio dato che lei non gli dà figli. E Etsy fa quello che anni prima ha fatto - per altri motivi - sua madre, la rinnegata: scappa. Da tempo ci pensava, ha preparato tutto. Con qualche banconota, un biglietto aereo, dei documenti e una giacca esce di casa, per non tornarci mai più. Destinazione Berlino, proprio dove si è trasferita la madre. Sa che suo marito verrà a cercarla, non le importa.
Un altro mondo nasce quando mette piede sul suolo europeo. Libera. Di parlare in inglese (i Satmar parlano soltanto in yiddish), di mostrare i capelli (dopo il matrimonio le donne vengono rasate e nascondono i capelli), di usare internet (le tecnologie sono vietate), di indossare dei jeans (vietato), di fare amicizia con ragazzi goyim (non ebrei), di suonare e cantare (vietato), di innamorarsi, forse, e di riconciliarsi con la madre che lei crede l’abbia abbandonata.
Un’immagine simbolo: i musicisti che ha conosciuto la portano a Wannsee a fare il bagno. Il lago è tristemente legato alla storia dell’Olocausto: nella villa sulle sue sponde c’è stata la conferenza che ha stabilito la “soluzione finale”. Gli altri si spogliano e rumorosamente, allegramente corrono a nuotare. Lei si sfila lentamente le scarpe e i collant ed entra in acqua completamente vestita, in silenzio. Poi si toglie la parrucca e si immerge. Nella sua nuova vita.
 
di Erica Berti

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