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LIBRI E FILM IN LIBERTA: NOVEMBRE - DICEMBRE 2020

LIBRI E FILM IN LIBERTA': NOVEMBRE - DICEMBRE 2020


LA PATTUGLIA DEI BAMBINI
Jai ha nove anni e vive in un basti di una megalopoli indiana: uno “slum”, baraccopoli abitata da migliaia di persone. Case fatiscenti, luoghi pieni di gente, di rumore e di odori del cibo cucinato per strada e dei fetidi bagni comuni. Alzando lo sguardo, nei giorni in cui lo smog non cancella tutto con un grigio irrespirabile che brucia gli occhi, si possono vedere i palazzi alti e splendenti dei ricchi, protetti dal filo spinato, dai cani e dai custodi. Chi abita nel basti se ci va, ci va soltanto per lavorare - come la mamma di Jai e tante donne sue amiche - ma per tutti gli altri sono luoghi inarrivabili; una grande discarica separa il simbolo della ricchezza dalle loro misere abitazioni.
Jai è un ragazzino simpatico, con poca voglia di studiare e molta curiosità verso il mondo. Gli piacciono i film polizieschi, giocare a cricket con gli amici, mangiare più che può - perché la maggior parte delle volte non può mangiare abbastanza - e gironzolare tra le strade del basti.
Ma è qui che un giorno un suo compagno di scuola scompare. Poco dopo anche un altro bambino non torna a casa.
Jai si autoproclama detective e coinvolge Pari, la ragazzina più sveglia e intelligente che conosca, e Faiz, il suo grande amico: devono trovare quei bambini. Iniziano delle strampalate indagini alla ricerca di indizi e di testimoni, e intanto piccoli abitanti dello slum continuano a sparire nella totale indifferenza della polizia.
La “pattuglia dei bambini” scandaglia in lungo e in largo la città e i vicoli più bui e infimi, tra madri preoccupate e malintenzionati pronti a drogarli con un dolcetto e a rapirli, tra cani randagi e bazar colmi di pericoli e di attrazioni.
Vogliono fare gli eroi, risolvere il caso e trovare gli scomparsi, trovare la verità. Vogliono fare
quel che pensano sia giusto fare, dato che chi dovrebbe perseguire la giustizia se ne frega. Perché uno in più o uno in meno in un basti non conta. Alla polizia si paga il pizzo sperando che non arrivi mai il giorno in cui un bulldozer abbatta la tua casa, ma a quanto pare non puoi pretendere che ti proteggano se sei povero, se hai troppo poco da dargli in cambio.
Alla disgrazia dei rapimenti e alla corruzione si aggiunge la tensione sociale; hindu e musulmani vengono messi gli uni contro gli altri, una diatriba mai sopita si allarga tra le strade. Bisogna trovare un nemico da additare e combattere, un colpevole reale o stereotipato, anche se la verità non viene a galla.
Jai riuscirà a risolvere il caso, come un vero detective? Il suo e quello dei compagni sarà un viaggio pieno di sorprese e di rischi, un percorso che li porterà a confrontarsi con la durezza del loro mondo, con le difficoltà incommensurabili di essere bambini e adulti in India, quando la povertà è un’etichetta che ti imprigiona.
La drammaticità del ritratto che Anappara ci dona è al contempo enfatizzata, resa tangibile e mostrata con ingenuità dai protagonisti del libro. Sono bambini. Semplicemente bambini. Che imparano a sopravvivere con così poco da sembrare nulla, a noi. Che comprendono sulla propria pelle l’ingiustizia di un mondo che fatica a cambiare perché votato principalmente al dio denaro. Ma restano ragazzini pieni di fantasia, di speranza, di voglia di giocare. Jai ha una voce solare, ironica e dolorosissima. Il romanzo racconta l’infanzia in modo autentico, non edulcorato. Sembra che dietro non ci sia la penna di un adulto. Ma si capisce che la penna è di un’attenta osservatrice della realtà. Deepa Anappara è una giornalista che ha studiato per anni la condizione dell’infanzia in India, le storie terribili di cronaca nera che riguardano i bambini, e scrive senza paternalismi o pesante morale della povertà che abita le strade e le vite. Basta che siano i bambini a guidarci, a farci vedere quel che vivono ogni giorno: le grandi contraddizioni del presente, l’urgenza di conoscere per comprendere e cambiare, per rimanere bambini, per avere una possibilità.

LA REGINA DEGLI SCACCHI
“Fu la scacchiera a colpirmi. Esiste tutto un mondo in quelle 64 case. Mi sento sicura lì, posso controllarlo, posso dominarlo ed è prevedibile. So che se mi faccio male è solo colpa mia.”
Beth Harmon ha nove anni quando la madre, donna molto intelligente con problemi psichici, muore in un incidente stradale.
Per lei iniziano i lunghi anni dell’orfanotrofio, una piatta onda grigia offuscata dalle pasticche di ansiolitici e dalla solitudine. In questo buio riesce a farsi due amici, anzi: tre. L’irrequieta Joline, anche lei orfana, che le sta accanto a suo modo ogni giorno. Il signor Shaibel: il custode tuttofare dell’istituto, scontroso e silenzioso; è grazie a lui che tutto cambia e che Beth scopre il terzo “amico”. Shaibel gioca da solo a scacchi ogni giorno, nel seminterrato della struttura. Quando Beth lo vede resta incuriosita e tenta di avvicinarsi all’uomo e alla sua scacchiera. Piano piano lui la inviterà a sedersi, e pian piano a giocare. Così Beth impara a giocare a scacchi. Ed è un vero portento. Vince. Vince sempre. Passa le notti sveglia a studiare mosse, a guardare i pezzi che si muovono sul soffitto, a memorizzare intere partite. Inizia a fare qualche piccolo torneo. Lascia tutti attoniti dalla sua bravura.
Poi, all’improvviso, l’inimmaginabile: all’età di quindici anni Beth viene adottata dalla famiglia Wheatley. E qui inizia un’altra storia.
Il signor Wheatley lascia la moglie, già ferita dalla perdita di un figlio e dall’alcolismo malcelato; Alma e Beth restano da sole, senza soldi. La genialità della ragazza dovrà diventare remunerativa. E il loro essere abbandonate le trasformerà - non senza difficoltà - da due donne ferite a una madre e una figlia pronte ad affrontare il mondo, insieme.
La trama della storia personale di Beth si sovrappone all’altro protagonista: il gioco degli scacchi. Diventa tutto. Diventa il mondo per Beth. Saprà anche vivere, oltre a giocare?
Beth è una enfant prodige, certo, ma dalle multiformi sfaccettature. La sua dipendenza fa parte ormai di lei e del suo stesso modo di pensare. La sua difficoltà a essere empatica, a “provare” qualcosa che la distolga da quel suo sguardo freddo e determinato, che pare non avere spazio per le emozioni. La sua ossessione divora ogni cosa dentro e fuori di lei, non lasciando spazio a nulla, se non ad Alma. Quando si renderà conto che insieme agli scacchi può esistere altro, anzi che lei stessa può volere altro? Il genio scenderà a patti con la vita?
La mini serie Netflix è basata sul romanzo di Walter Tevis, The queen’s gambit (gambetto di donna, una delle aperture tipiche degli scacchi).
Anya Taylor-Joy interpreta magistralmente il ruolo della “regina”; è sufficiente guardare il suo viso, l’espressione immobile che ci regalano i suoi occhi e la sua bocca, per comprendere Beth e tutto l’universo personale dietro a quello sguardo: la solitudine e la determinazione feroce, la grinta e le debolezze, il successo e il dolore.
“La regina degli scacchi” è molto amata e ha riscosso grandi elogi, accompagnati da qualche critica. Oltre alla storia personale di Beth la serie illumina il mondo degli scacchi, sconosciuto ai più. Senza mai far cadere lo spettatore nella noia, mostra il fascino estremo di questo gioco e il duro lavoro che ci sta dietro, insieme alla competizione spietata.
Come è successo a Beth guardando il signor Shaibel, “La regina degli scacchi” potrebbe far nascere una curiosità sincera.

(Erica Berti)

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