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LIBRI E FILM IN LIBERTA: SETTEMBRE - OTTOBRE 2020

LIBRI E FILM IN LIBERTA': SETTEMBRE - OTTOBRE 2020


IL COMPLOTTO CONTRO L’AMERICA 
“La paura domina questi ricordi, un’eterna paura. Certo, nessuna infanzia è priva di terrori, eppure mi domando se da ragazzo avrei avuto meno paura se Lindbergh non fosse diventato presidente o se io stesso non fossi stato di origine ebraica”.
Philip Roth è un ragazzino di Newark, quartiere Weequahic. Come raccontato sin dall’incipit, è di famiglia ebrea, come quasi tutti in quelle vie. È il 1940: nonostante la guerra stia squarciando l’Europa, i Roth vivono una vita tranquilla. Il padre è un assicuratore, la madre casalinga, il fratello Sandy ha 12 anni ed è un portento nel disegno. Sono felici. Sono democratici, idolatrano il Presidente Roosevelt. Sono ebrei, sì, ma che importanza ha? “E l’essere ebrei non era né una disgrazia né una sfortuna né una cosa di cui andare fieri. Ciò che erano era ciò di cui non potevano liberarsi: ciò di cui non avrebbero mai neanche potuto pensare di liberarsi. L’essere ebrei derivava dall’essere se stessi, come l’essere americani. Era quello che era, era nella natura delle cose, fondamentale come avere arterie e vene, ed essi non manifestarono mai il minimo desiderio di cambiarlo o di negarlo, indipendentemente dalle conseguenze”.
Ma quell’anno tutto cambia, per i Roth e per milioni di americani. Alle elezioni presidenziali l’amato Roosevelt perde; Charles Lindbergh diventa il Presidente degli Stati Uniti. Lui: l’aviatore che per la prima volta ha attraversato da solo l’Oceano Atlantico costa a costa. Lui, che ha ricevuto da Hitler in persona una onorificenza al merito. Lui, che non nasconde anzi esalta la sua simpatia verso il Terzo Reich e la sua ferma intenzione di restare fuori dalla guerra del vecchio continente. Lui, che non cela il suo antisemitismo ma che con il suo fascino e la sua dialettica riesce a farsi appoggiare da rabbini e da importanti rappresentanti della comunità ebraica americana.
I Roth non sono certamente tra questi: per loro Lindbergh è un abominio. Soltanto Sandy resta soggiogato dalla propaganda del Presidente, più per il quieto vivere che per vera concordanza di idee.
Ora tutto può peggiorare. Le sfumature scure man mano diventano ombre sempre più grandi e concrete e violente pronte a inghiottire l’intera famiglia e il suo mondo. Il Paese sta diventando pericolosamente incline a svendere e calpestare la propria identità democratica e liberale per sposare l’ideologia più agghiacciante che sia mai esistita. Gli USA resisteranno e sopravvivranno a tutto questo?
“Preso alla rovescia, l’implacabile imprevisto era quello che noi a scuola studiavamo col nome di “storia”, la storia inoffensiva dove tutto ciò che nel suo tempo è inaspettato, sulla pagina risulta inevitabile. Il terrore dell’imprevisto: ecco quello che la scienza della storia nasconde, trasformando un disastro in un’epopea”.
Lindberg, lo sappiamo, non è mai diventato Presidente; Roth - il grandissimo Philip Roth - modella magistralmente la realtà storica per mostrarci quanto le democrazie possano essere deboli, quanto tutto quello che diamo per scontato sia invece una conquista da rinnovare ogni giorno con l’impegno, l’intelligenza, la cultura, il coraggio. Da questo stupendo romanzo è da poco stata tratta una serie televisiva di successo.

EASY LIVING - LA VITA FACILE
Davvero è tutto facile in vite che dall’esterno sembrano facili?
Una bella ragazza, il suo fratello minore, un prestante maestro di tennis.
Ventimiglia, mare e turismo mediterraneo. Un circolo di tennis prestigioso frequentato da anziani e da ricchi. Semplice. Quasi noioso, se non per il lato estremamente eccentrico di ognuno dei personaggi di questa storia.
La bella bionda si chiama Camilla, le piace prendere il sole in topless, studia all’università e contrabbanda medicinali tra l’Italia e la Francia. Suo fratello Brando, giovane ma più maturo di quanto forse dovrebbe essere, le è stato la-sciato in custodia dalla madre, ha quattordici anni e non è contentissimo di sta-re lì. Don insegna tennis a donne over 50, e spesso ci finisce a letto; è ameri-cano e si è trasferito in Italia per realizzare il suo sogno: dipingere. Ma per vivere è costretto a fare altro.
Sono tutti e tre insoddisfatti, incompleti, inconcludenti. Vagano nel mondo e nella loro vita senza un vero obiettivo, in un tempo sospeso, in un luogo che non pretende troppo da loro, elitario e protetto. Come una giornata infinita a osservare il mare placido.
Ed è così che incontrano Elvis. Camicie hawaiane, occhiali da sole e sorriso sempre acceso. Di certo non lo stereotipo dell’immigrato. Lui è il più sfortunato tra loro e l’unico ad avere un progetto, un sogno concreto da realizzare. Vuole passare il confine, andare in Francia e raggiungere la moglie incinta. Ma non può, perché è un migrante clandestino e per lui le frontiere sono insormontabili.
Camilla e Brando conoscono prima Don e poi Elvis. Nonostante l’individualità particolare di ciascuno di loro diventano amici, in qualche modo.
Vogliono aiutare Elvis a ricongiungersi con la sua famiglia, e studiano un piano rocambolesco per superare la barriera che separa il ragazzo dalla Francia. Assurdo, all’interno dell’Unione Europea, con il trattato di Schengen, ma totalmente normale grazie al regolamento di Dublino e alle leggi sull’immigrazione italiane. Leggi ferree, i controlli, i poliziotti italiani e quelli francesi. Non è affatto facile.
Per Camilla passare da un paese all’altro per un’attività illegale o comunque non lecita non è mai stato un problema. Don arriva persino da un altro continente, e può andare dove gli va.
Allora qui si parla di libertà, quella data per scontata e quella ingabbiata. Quella che crea apatia e quella che illumina i desideri. Quella banale e quella vitale. Un paradosso. Chi è libero per nascita e colore della pelle ma non sa cosa farsene, e chi per esserlo deve infrangere le leggi perché è nato nel posto sbagliato.
Non è facile trattare il tema dell’immigrazione con leggerezza, fantasia e addirittura follia, ironica e bizzarra.
Il film non è perfetto, la sceneggiatura traballa e la recitazione zoppica in molti punti. Ma i registi, i fratelli Miyakawa, riescono a modo loro a regalarci qualcosa di piccolo e comico, ma luminoso. Hanno trent’anni e sono appena agli inizi della loro carriera; ma il loro sguardo particolare e completamente nuovo sui temi trattati gli fa onore. Ci vuole coraggio per fare un film così, oggi, e loro ne hanno.   
(Erica Berti)

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