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Paolo Ranzani

PAOLO RANZANI. LA FOTOGRAFIA: RI-EDUCAZIONE AL SUO LINGUAGGIO


La fotografia, quel mondo a cui tutti ci siamo avvicinati perché adesso è davvero alla portata di chiunque, basta avere un cellulare, è in realtà un mondo tutto da scoprire, da studiare e da imparare.
Come dice Paolo Ranzani, infatti, “tutti, in questa epoca, possono realizzare scatti, ma solo pochi sanno e sapranno produrre immagini di significato e senso”.
Paolo Ranzani, è un noto fotografo ritrattista che ha pubblicato quattro libri fotografici, ha curato l’immagine per vari personaggi dello spettacolo come Arturo Brachetti, Luciana Littizzetto, i Subsonica, Fernanda Lessa, Antonella Elia ed altri. Ha inoltre ricoperto la carica di direttore del dipartimento
di fotografia dell’Istituto Europeo di Design ed è docente di Educazione al linguaggio fotografico presso la Rafes School, l’Università di design di Milano. Si può quindi dire che sia un fotografo che spazia dal ritratto alla pubblicità, alle cover musicali, ai cortometraggi e ai videoclip, mantenendo però sempre uno sguardo al reportage sociale; è, infatti, anche un grande amico e sostenitore di UGI Onlus.
Paolo è il direttore artistico del nostro concorso fotografico, è l’organizzatore, insieme a Guido Harari, di Photo Action per Torino 2020, un’iniziativa che ha visto alcuni dei maggiori fotografi italiani e internazionali donare una loro opera per sostenere insieme il progetto di un Fondo Straordinario Covid-19 creato da UGI per sostenere le famiglie in difficoltà.
Paolo pensa che “passare l’esperienza sia la cosa più sensata da fare in questa breve vita”, quindi si presta volentieri alla docenza ed è grazie a lui e al suo pensiero che ai ragazzi di UGI Onlus è stata offerta una grande opportunità: la possibilità di partecipare ad un laboratorio di fotografia.
Il tema principale di questo laboratorio è la ri-educazione al linguaggio fotografico, passando dalla sua mutazione e arrivando ad analizzarne le conseguenze.
Come ci spiega Paolo: “In questa veloce e frenetica mutazione tecnologica occorre prendere respiro, fermarsi a pensare, rivedere i tempi, aggiustare i metodi, tornare a farsi domande e solo dopo intraprendere un viaggio.
Siamo ormai dotati di una scatola che ci permette di fare un po’ di tutto, tra cui fotografare.
Il tempo sfugge e così ci viene spontaneo provare a “bloccarlo”. Tanto ci basta estrarre il marchingegno e cliccare, sparare, colpire.
Questo laboratorio didattico ed esperienziale ci riporta allo stato zen che abbiamo perso, casomai l’avessimo avuto. Obbliga a farsi domande, ad avere dubbi.
Perché facciamo quello che facciamo? Che utilità ha? Ci interessa che abbia un’utilità? Perché siamo impulsivi? Ne abbiamo davvero bisogno?
L’immagine fotografica, invece, mai come ora, richiede di pensare a ciò che vorremo fare o che avremmo voluto fare, siamo discesi lungo la corrente, abbiamo navigato il fiume a gran velocità e ora ci stiamo accorgendo che il paesaggio ci è sfuggito, che ci siamo persi il viaggio, che siamo arrivati lontani, ma non sappiamo dove siamo. Urge una bussola e una mappa.
Gli incontri hanno lo scopo di riportare una consapevolezza, che sembra ora impalpabile, rispolverando temi che furono cari al Rinascimento, all’Umanesimo, all’Illuminismo. Una vera e propria rivoluzione mentale.
L’uomo si riposiziona al centro e decide cosa realizzare, come realizzarlo, perché e in che modo e poi sceglie il mezzo più idoneo per la finalità stabilità a priori.
Il viaggio proposto è un viaggio lento che ha bisogno del vostro nuovo pensiero, re-imparare a descrivere le cose, usare le parole giuste, i sensi e i significati per poter attuare un progetto personale, comprendendo bene la differenza tra esecutore e autore”.
Questo percorso legato quindi, oltre che al concetto di fotografia, anche alla sua origine e alla sua storia, è un progetto che prevede prima una parte teorica e poi una pratica.
Il laboratorio, dedicato ai ragazzi adolescenti, è iniziato in presenza e, a causa della pandemia SARS-CoV-2, è proseguito, durante il secondo lockdown, in remoto.
Ormai ci siamo abituati e convertiti, quasi tutti, a questa nuova modalità, ma non dobbiamo assolutamente abbandonare la speranza di poter riprendere presto tutte le attività in presenza! E imparando, oltre al vero significato del linguaggio fotografico, anche un nuovo modo di comportarsi, fatto da distanziamento fisico, rispetto di alcune regole assolutamente necessarie, ce la faremo!
Insomma di imparare non si finisce mai!
 
(Roberta Fornasari)

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