RICCARDO PASSONI

RICCARDO PASSONI

Possiamo immaginare con UGI nuovi progetti sulle collezioni del nostro Museo.

Arte e malattia. Come reagisce l’impulso a creare, ad esprimersi, quando ci si trova in una situazione di sofferenza e di fragilità? E quanto questa condizione può trovare conforto e giovamento dal perseguire un proprio progetto artistico, anche elementare, nonostante gli ostacoli fisici e psicologici frapposti dallo stato di infermità? Malattia e arte sono due dimensioni dell’esperienza umana a volte portate a coesistere e influenzarsi. Ma in un rapporto dove il desiderio di comunicare, di esprimersi, viene sempre prima. L’arte fa bene allo spirito, genera emozioni, e un animo in armonia induce processi positivi negli individui. La malattia d’altro canto, perlomeno entro certi limiti, non è di per sé una situazione capace di soffocare ogni anelito creativo. Si tratta di temi e riflessioni oggetto di costante dibattito nell’ambito delle applicazioni dell’arteterapia. Argomenti che, da una diversa ottica, hanno incrociato anche l’esperienza e l’interesse di chi ha fatto dello studio e della promozione dell’arte la propria professione. Come Riccardo Passoni, dal maggio 2018 direttore della Galleria Civica d’Arte Moderna e Contemporanea di Torino, studioso e critico d’arte, curatore di mostre, cataloghi e pubblicazioni dedicate ad artisti italiani ed internazionali, già docente presso l’Accademia Albertina di Torino.

C’è un rapporto tra arte e malattia?
No. O, almeno, si tratta di una equazione “pericolosa’. Intanto, bisognerà intendersi: di quale malattia si parla? Fisica? Mentale? Congenita o in progress? Ci può essere arte senza malattia e un’arte che vuole esistere, manifestarsi fortemente nonostante la malattia. Come fatto cosciente.

Di fronte alla malattia e con la passione per l’arte ci si può sentire ancora creativi e conciliare tale condizione con il desiderio di continuare a lavorare?
Sì, certamente. Nei limiti del possibile, ci si può attrezzare per affrontare e risolvere un problema fisico (penso alla artrite deformante che affliggeva Auguste Renoir anziano, che non gli impedì di realizzare capolavori pittorici che allargarono le possibilità dell’impressionismo). Ma, cambiando orizzonte, penso che persino la depressione non riesca ad ostacolare per sempre il desiderio, la necessità di rappresentare l’opera, insomma di esserci, da parte della persona in difficoltà.

Come si può fare a coinvolgere un malato, che ne abbia desiderio e capacità, in un processo creativo legato all’arte?
L’importante è che il malato – come chiunque altro – venga messo in condizione di imparare a guardare, a distinguere con gli occhi, a capire le ragioni delle immagini e dei processi artistici che gli si parano davanti, la loro origine anche storica. Poi verrà il momento dell’accesso agli strumenti dell’operare: i colori, i supporti, la materia da plasmare, per cominciare.

La Gam, attraverso il Dipartimento Educazione è già stata partner dell’UGI nel progetto “Avanti Pop”, un percorso ludico-didattico dentro la Pop art italiana rivolto a pazienti fuori terapia e ospiti di Casa Ugi. Che cosa ha significato per voi questa esperienza?
L’esperienza condotta dal nostro Dipartimento Didattico è stata illuminante, sia sotto il profilo della conoscenza autentica delle limitazioni imposte dalla malattia dei bambini, sia dalla capacità dei genitori di farsi coinvolgere. Abbiamo potuto rivedere i nostri parametri sulle modalità di far avvicinare il discente disagiato all’arte, e ricevere stimoli per una azione futura.

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