Un ricco Natale

UN RICCO NATALE

Giuseppe era diverso dagli altri senzatetto che dormivano nella stazione.
Non era un barbone sporco e ubriaco e non aveva scelto lui di vivere così, ma una serie di sventure tali da portarlo nell’unico luogo in cui sentiva ancora una scheggia di volontà.
Spiava le persone che indaffarate transitavano nel via vai frenetico della monotonia delle partenze e arrivi.
In lui, da sempre, non c’era né invidia e ancor meno cattiveria, probabilmente la natura si era dimenticata di assegnargliele, come lo rimproverava sempre la moglie. Per lei, che possedeva anche quelle del marito, era impossibile che un uomo non si lamentasse, non fosse geloso di qualcuno o non provasse rancore per qualcun altro.
Giuseppe era così e anche sforzandosi per assecondare la sua Cecilia, finiva sempre che era lui a scusarsi, mandandola in bestia, come la sera in cui rientrò dall’ufficio con la lettera di licenziamento.
Giustificando la decisione nel non poter vivere accanto a un debole ormai privo di un lavoro, lei uscì di casa per non tornare più. Giuseppe era molto innamorato di Cecilia e non si sarebbe mai aspettato un affronto simile, di conseguenza si chiuse in sé stesso perdendo la voglia necessaria per ricominciare.
Fin da piccolo gli erano sempre piaciuti i treni e, trascorrere qualche ora a Porta Nuova, era per lui un antidoto alla solitudine e al dolore, finché la perdita di un tetto non lo costrinse a viverci. Anche quella sera, come ormai da tempo, era seduto sui gradini, non lontano dai negozi che per il Natale, sfavillavano di luci e addobbi. Non aveva il coraggio di elemosinare, ma quando qualcuno gli gettava una moneta, la prendeva ringraziando con cortesia. Fu proprio una bimba, di non più di sei o sette anni che, dopo avergli posato ai piedi un euro, nel sentirsi dire grazie, si fermò e gli domandò perché era lì. La mamma cercò di portarla via strattonandola, infastidita più dalla figlia che dall’uomo.
«No signora, non la sgridi, ha solo fatto una domanda» disse Giuseppe.
«Allora me lo dici?» insistette la bimba.
«Se fossi il papà di una bambina come te non sarei qui, ma a casa con lei a festeggiare il Natale.»
«Non hai nessuno?»
«Purtroppo no» rispose lui abbassando il capo.
«Adesso basta importunare il signore, andiamo via» sbottò la mamma sempre più nervosa.
«Sa, lei mi ricorda mia moglie!» intervenne Giuseppe stupito di averlo detto.
La donna non rispose e, seccata, strinse la mano della bimba per trascinarla, ma questa resisteva.
«Perché non vuoi che parli con lui?»
«Perché è…»
«Un povero accattone? lo dica pure signora, non mi offendo, però se mi lascia parlare un po’ con sua figlia mi farebbe un regalo.»
La donna s’irrigidì e con lo sguardo torvo allentò la presa e girò gli occhi altrove, in attesa.
«Perché non vai a casa?»
«È questa casa mia.»
«Ma questa è una stazione.»
«Lo so, ma qui non pago l’affitto.»
«Ma questa sera è Natale e non puoi stare qui.»
«Perché?»
«Non ci sono il presepe e l’albero e fa freddo.»
Giuseppe abbassò lo sguardo e un tremito d’emozione gli serrò la gola.
«Ora che hai detto quello che volevi, andiamo» intimò la madre.
«Ciao, starei qui con te a tenerti compagnia, ma mamma non vuole, però questa notte pregherò Gesù bambino che ti porti un bel…» ma “regalo” si confuse nel vociare dei viaggiatori.
Da quando era stato lasciato era la prima volta che piangeva.
I passanti lo guardavano indifferenti pensando fosse ubriaco, ma lui non si vergognava, anzi, sottovoce ringraziava l’angelo che aveva appena conosciuto, sicuro fosse stato mandato da Dio per la sua resurrezione.

Sergio Vigna

Copyright 2020 Ugi Torino C.F. 03689330011

Abc Interactive