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Pacco regalo

Una favola per i più piccini: il pacco regalo


Era una mattina di maggio e albeggiava. Amavo alzarmi presto per gustare la quiete del mattino. Mi recavo al ristorante dove mi preparavo personalmente il caffè, in tazza grande, cremoso a tal punto da far rimanere lo zucchero in superficie. Facevo uscire un po’ d’acqua dalla macchina del caffè, mettevo una dose e mezza di miscela nel misurino, schiacciavo nella misura che conoscevo e lasciavo fluire lentamente il caffè nella tazza. Mi sedevo al tavolo preferito, prendevo una lettura e i biscotti alle mandorle che immergevo nel favoloso caffè. Gioivo. Olè! Olè! Era il momento migliore della mia giornata. Il silenzio che si respirava nel locale vuoto, ancora chiuso, mi permetteva di ascoltare la mia anima. Riuscivo a fare ordine in fatti che il giorno prima mi avevano assillato, e nelle cose da svolgere durante il giorno. Sono Luisella, una persona d’indole curiosa. Il mio lavoro mi diverte parecchio poiché nel ristorante arriva il mondo. Vengono persone interessanti, sagge e belle ma anche ignoranti, noiose e brutte, dalle quali riesco sempre ad imparare qualcosa. Nella relazione con gli altri vedo i pregi e anche i difetti e loro mi fanno da specchio, cosicché mi vedo in tutta la mia imperfezione. Di conseguenza accetto gli altri e anche me stessa. Il mio lavoro è illuminante! Quel mattino di maggio iniziai a lavorare e verso le undici il telefono squillò: «Pronto, sono il professor Ferrero, il primario del Mauriziano». «Buongiorno, mi dica». «Ha ancora posto per stasera?» «Sì». «Avrei bisogno di un bel tavolo, in un angolo, per dieci persone. Stasera è il compleanno della mia mamma, compie ottant’anni!» «Va bene. Auguri alla sua mamma!» «Mi raccomando! Ci tengo! Ci sarà tutta la mia famiglia: Giorgio mio fratello con la fidanzata; mia sorella Carla con i due piccoli, e anche le mie due zie, Franca e Gina, sorelle del mio povero papà che è mancato il mese scorso.» «Condoglianze, professore! Mi dispiace». «Ha visto! Signora… non ricordo il suo nome? Stamattina ho la testa… chissà dove?» «Luisella». «La vita è così, oggi ci sei e domani chi lo sa». Dopo questa chiacchierata mi sentii da subito più fortunata del Ferrero, e lo tranquillizzai rendendomi ancora più disponibile: «Professor Ferrero, per stasera le preparo un bellissimo tavolo. Non prevedo una grande affluenza quindi tutto lo staff potrà dedicarsi a voi». «Cosa può preparare di dolce per la mia mamma?» «Una torta chantilly». «Com’è?» «E’ una torta con pan di spagna, uno strato sottile di crema, panna montata e ricoperta con tanti piccoli bignè ripieni di cioccolato». «Fantastica! E’ la torta che preferisce la mia mamma. Signora Luisella, devo ancora chiederle una gentilezza. Sa, con il lavoro che svolgo, sono sempre impegnato e non mi posso muovere. Ho fatto fare un ingrandimento di una vecchia foto della mamma con papà, in bianco e nero, ed è il regalo per la mia mamma Laura. Farei passare il fotografo da lei verso le ore tredici, per consegnarle il pacchetto. Ci tengo molto, che il pacchetto sia messo nel posto di capotavola, dove si siederà la mamma». «Va bene». «Signora Luisella, è veramente gentile!» «Grazie professore». «Chiedo un’ultima cortesia, quando il fotografo le consegnerà il pacchetto delle foto, le lascerà una ricevuta, che è da pagare. Il fotografo è proprio un bravo ragazzo, un amico, e desidero pagarlo subito. Non è molto, saranno circa venti mila lire. Se può darglieli lei... Mi rincresce, ma non voglio che vada via senza il suo compenso, tanto ci vediamo stasera, e aggiustiamo tutto». Quella telefonata mi era piovuta addosso. Avevo dei dubbi, cercavo di ricordarmi il professor Ferrero, ma non mi si presentava niente nella memoria. Intanto riflettevo sul fatto che mi aveva prenotato per dieci persone, e come tono di voce era stato pacato e sicuro, e forse era vero che con il suo lavoro, il Ferrero, non riusciva a ritirare le foto e quindi dopo tutta questa mia riflessione decisi di rispondere: «Va bene professor Ferrero, gli pagherò la ricevuta. Vi aspetto stasera». «Grazie, signora Luisella, è stata molto carina. A stasera». Nel ristorante iniziò il servizio di pranzo e verso l’una vedo venirmi incontro un ragazzo sui venticinque anni, non molto alto, capelli lisci e unti, appiattiti sulla testa, vestito con un maglione blu, ricoperto dal bianco della forfora. Indossava un paio di pantaloni sgualciti e calzava un paio di scarpe da ginnastica sporche e scucite in alcuni punti. Si avvicina alla cassa, mi saluta, e chiede: «C’è la signora Luisella?» «Sono io. Mi dica». Lo guardai in viso, ma non riuscivo a vedere i suoi occhi, erano nascosti da un paio di occhiali con doppia lente, che deformavano il suo sguardo. Le lenti erano appannate, come se fossero state toccate da mani unte d’olio, e non lasciavano intravedere i suoi occhi nei particolari. Mi presentò il pacchetto e, a parte, una ricevuta con su scritto: “N° 3 foto. Totale 20.000”. Presi i soldi dal cassetto che allora erano in lire e pagai. La sera preparammo il tavolo con cura, i tovaglioli piegati con fantasia, le sedie appoggiate al tavolo solo per un verso, con la seduta girata verso l’entrata. Il cuoco Leonardo, che era molto bravo anche come pasticciere, preparò una torta chantilly e scrisse sopra con il cioccolato fondente anche un delizioso “Auguri Mamma”. Eravamo pronti per il servizio serale. Avevamo sistemato il pacchetto ben confezionato al posto della festeggiata ed eravamo in attesa dei clienti per la cena. Il locale si riempì, tutto il personale era intento a svolgere il proprio lavoro. Il tavolo riservato dal professor Ferrero sarebbe stato utile per servire altra clientela, ma non potevamo utilizzarlo. L’arrivo della famiglia Ferrero era previsto per le venti e trenta. Ma alle nove non c’era ancora nessuno. Pensammo ad un ritardo quindi rimanemmo ancora fiduciosi del loro arrivo. Tuttavia, quando l’orologio, appeso sulla parete principale del ristorante, segnò le ventuno e trenta mi sorse un dubbio. Mi avvicinai al cuoco, con il quale ci intendevamo con gli occhi. Entrambi ci avvicinammo al tavolo vuoto, io presi il pacchetto e lo scartai, e i nostri occhi videro solo un volgare pezzo di cartone. Di nuovo incrociammo lo sguardo e ci venne da ridere. Poi il cuoco mi disse: «Taglia la torta». Così feci. La mangiammo tutti insieme, con i camerieri e l’aiuto cuoco. Dopo una settimana, leggemmo un trafiletto sul giornale: “Alcune persone raggirano i ristoratori con la prenotazione di compleanni e anniversari, facendo ritirare un pacchetto accompagnato da una ricevuta da pagare. La cifra, sempre modica, viene regolarmente anticipata dal ristoratore, senza porsi alcun dubbio. I truffatori si presentano sempre come professionisti rispettabili”. MA CHE BEL PACCO REGALO! 

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