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IL TORO DI TAVIRA

UNA FAVOLA PER I PIU' PICCINI: IL TORO DI TAVIRA


Può un temporale cambiare il futuro di un toro?
Per Leon fu proprio così! Nella cittadina di Tavira non si ricordava un acquazzone così violento. Quella sera, proprio mentre diluviava, stava transitando per il paese un commerciante di tori da combattimento, proveniente da Siviglia.
Non avrebbe dovuto fermarsi in quel luogo, ma tanta era l’acqua che veniva che decise di sostare e chiedere ospitalità per la notte in un cascinale alle porte dell’abitato. Il contadino fu lieto di alloggiarlo, invitandolo anche a cena.
“Cosa ci fa un commerciante di tori in Portogallo?” Chiese curioso il contadino. “Tempi duri caro amico, tempi duri! Un tempo da noi in Spagna si trovavano tori ovunque, ma in questi ultimi anni molti allevatori hanno chiuso per problemi finanziari, così siamo sempre carenti di materia prima per le nostre corride. Eccomi così costretto a cercarne altrove”.
Il contadino non aveva mai visto di buon occhio quel genere di divertimento, ma di fronte alle “anche sue” difficoltà finanziarie disse: “Nella stalla io ho un bel toro, vuole vederlo?”
Al commerciante non interessavano bestie di fattoria, ma vista la generosa ospitalità, non poté rifiutarsi. Leon era veramente una bella bestia. Ancora giovane, ma con muscoli così possenti da restarne abbagliati! E infatti il commerciante rimase di sasso. “Quanto vuole per questo animale?” Chiese subito. “Faccia un’offerta ”. Rispose furbescamente il portoghese.
La trattativa andò avanti per un po’, ma poi si strinsero la mano e l’affare andò in porto. Un camion sarebbe venuto il giorno dopo a prelevare il toro per portarlo nella sua nuova fattoria in Siviglia.
Il povero Leon era sì una montagna di muscoli, ma era un buono e di battaglie e di corride non ne aveva mai sentito parlare così, quando i nuovi compagni di stalla gli spiegarono cosa avrebbe dovuto fare, si mise a piangere. Come era prevedibile gli altri tori si spanciarono dal ridere e presero a deriderlo e canzonarlo, gridandogli che era un fifone e un cacasotto.
“Ridete, ridete pure, ma io nell’arena non ci andrò, non possono mica obbligarmi! Non voglio fare del male a nessuno!” Disse Leon deciso. “Vuoi farci credere che h a i una coscienza? Qui siamo tutti uguali e quando ci ordinano di combattere noi dobbiamo ubbidire! Qui si sta bene, si mangia e non si lavora, e quando si entra nell’arena si è ammirati da tutti!” Disse sbuffando uno di loro. “Preferisco lavorare nei campi e sudarmelo il fieno, piuttosto che oziare tutto il giorno per essere ammirato da un branco di idioti”. “Dì piuttosto che hai paura”. Sentenziò un altro. “Cambierai idea presto, vedrai, ci penseranno loro!” Gridò un terzo. “Voi non potete capire! Io sono nato e cresciuto in una fattoria vera, dove si lavora nei campi e si dividono le fatiche con animali di altre razze. Dove alla sera si ritorna nella stalla stanchi, ma felici per il fieno guadagnato. Nessuno ti applaude o ti loda, però vivi per quello che madre natura ti ha assegnato, e questo è tanto! è tutto!” “Balle! - dissero i tori da combattimento - sei solamente un povero scemo”. Leon non rispose più e se ne andò triste, ma con la ferma intenzione di non fare quello per cui l’avevano acquistato.
Venne il giorno temuto da tutti, e questa volta il pungolo si abbatté sul povero Leon. I compagni lo guardavano mentre gli inservienti lo punzecchiavano per farlo entrare nel camion e commentavano: “Tante belle parole, ma quando è ora anche lui fa quello che fanno tutti” “Lo sa bene che se si rifiuta verrà portato direttamente al macello” “ E’ un buzzurro di fattoria, parla, parla ma anche a lui in fondo piace essere qualcuno”.
Tutti commentavano, convinti che le cose si sarebbero svolte come d’abitudine, ma si sbagliavano!
Già, perché nell’attimo del passaggio dal recinto al camion, Leon si girò di colpo e fuggì verso l’ignoto.
Gli operai, sorpresi da quel gesto improvviso, restarono fermi quel tanto da permettere al fuggiasco di avvantaggiarsi e allontanarsi un bel po’ prima che qualcuno cominciasse a inseguirlo.
Leon, per la prima volta dopo tanto tempo, si sentiva leggero. Più correva e meno sentiva la stanchezza. Attraversò un campo di grano, un uliveto e finalmente s’infilò in un fitto bosco di sugheri.
Questa fu la sua salvezza, poiché gli operai, con il fuoristrada, non riuscirono a seguirlo. Rientrarono a sera inoltrata arrabbiatissimi e con le pive nel sacco, sicuri di ritrovarlo il giorno dopo, ma così non fu.
Ancora oggi nessuno sa che fine abbia fatto il toro di Tavira chiamato Leon, ma tuttora si parla di lui nell’allevamento come simbolo di volontà e libertà.

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